Angra – Rebirth: la recensione

Il ritorno degli Angra, gruppo brasiliano di straordinario power-metal sinfonico, è un puro esempio di tenacia e grande volontà.

 

 

Articolo originariamente pubblicato il 30/11/2002.

 

Rimasti orfani di 3/5 della formazione, i nostri Angra hanno saputo riproporsi in maniera esemplare. Iniziamo con un po’ di storia.

Come già detto, gli Angra propongono un sontuoso power metal impreziosito da splendidi intarsi classici. Sfornano 3 dischi ottimi, Angels Cry, Holy Land e Fireworks; almeno per il secondo vi parlo tranquillamente di capolavoro assoluto. Vero punto di forza del gruppo è il cantante Andrè Matos, dotato di una delle più straordinarie ugole mai sentite: grande abilità modulativa e soprattutto incredibile estensione. Tutto sembra perfetto, finché qualcosa si rompe e proprio Matos decide di lasciare e portarsi dietro il batterista Ricardo Confessori e il bassista Luis Mariutti.

Non vi so dire quale sia ora la loro proposta ma sta di fatto che i due chitarristi superstiti, Kiko Louriero e Rafael Bittencourt, non si perdono d’animo e reclutano ai tamburi Aquiles Priester e al basso Felipe Andreoli che si dimostrano addirittura migliori dei loro predecessori. Dietro al microfono, e qui si fremeva, trova posto Eduardo Falaschi che, sebbene non raggiunga la maestosità di Matos (perché di maestosità si tratta), riesce comunque ottimamente nell’arduo compito di non farlo rimpiangere.

Superato quindi il grosso scoglio della voce non restava agli Angra che rimettersi a suonare, e anche qui è venuto fuori più che mai che la classe non è acqua. Mai titolo poteva essere più azzeccato per il loro disco di ritorno che ha visto la luce lo scorso anno: Rebirth, e la rinascita è completata!

 

 

Il successore di Fireworks ripropone gli Angra in tutto il loro splendore. Immediatamente dopo l’intro di rigore In Excelsis si parte con la classica opener veloce e melodica, quella Nova Era che strizza un po’ l’occhio agli Helloween di Eagle Fly Free, trascinante e potente come si conviene. Non si poteva iniziare meglio. In Millennium Sun Falaschi inizia dolcemente accompagnato dal piano per poi partire nuovamente all’attacco di ritmi più tirati ma sempre deliziosi. Acid Rain passa drammatica ma senza stupire molto per lasciare il posto alla splendida Heroes Of Sand, poetica e rabbiosa allo stesso tempo. Arriva quindi Unholy Wars maestosa suite di otto minuti e la title track che ci offre un inizio caratterizzato da una splendida e originale melodia. Judgement Day è un’altro intermezzo senza troppi entusiasmi che ci introduce alle due perle finali.

In Running Alone c’è la quintessenza degli Angra: ritmo veloce ma cori e sinfonie potenti, un fiume in piena in cui gli archi si fondono perfettamente con gli altri strumenti e con il bellissimo assolo di pianoforte centrale per culminare con un finale straordinario. Si chiude con un adattamento da Chopin in Visions Prelude, una ballad basata sul piano e densa di feeling.

Un disco con pochissimi punti deboli che conferma l’incredibile anima di questi musicisti che hanno superato brillantemente una crisi di formazione che avrebbe falciato molti altri gruppi. Nonostante siano rimasti solo due dei cinque elementi originali, la musica degli Angra è rimasta la stessa splendida combinazione tra potenza, melodia e pomposità che mai stanca e mai risulta ripetitiva. Da lodare a mio parere la determinazione di Louriero e Bittencourt che hanno saputo ricostruire praticamente dal nulla una grandissima realtà musicale, un esempio che molti dovrebbero seguire.

In conclusione Rebirth è un grande disco che oltre a restituirci una band di altissimo livello ci permette di godere del power sinfonico in una veste che oggi ha davvero pochi rivali. Da avere assolutamente.

 

Angra – Rebirth, 2001

Voto: 8

Per condividere questo articolo: