Trump ha inanellato una serie di scelte che stanno isolando gli USA sul piano internazionale e porteranno i Repubblicani a perdere le presidenziali del 2028.

Lo avevamo detto due anni fa: chiunque fosse stato eletto Presidente USA nella scorsa tornata elettorale, i risultati sarebbero stati devastanti. Donald Trump alla fine l’ha spuntata, rappresentante di quel mondo (non solo americano) che non ne poteva più delle assurdità anarco-progressiste di un mondo Dem legato a princìpi di dissoluzione e debolezza morale.
Ma Trump già lo conoscevamo. Nel 2020 è riuscito nell’incredibile impresa di chiudersi da solo le porte ad una quasi certa riconferma per via di una assurda gestione dell’emergenza Covid e di affermazioni negazioniste ed anti-vax che gli hanno alienato la fiducia di molti moderati, tralasciando poi i fatti di Capitol Hill.
Evidentemente la lezione di sei anni anni fa non gli è bastata; ma forse sono la sua arroganza e la sua presunzione, uniti alla consapevolezza di non poter concorrere per un terzo mandato per via delle leggi elettorali statunitensi, a dettargli non solo l’agenda politica ma soprattutto il modo di implementarla.
I principali obiettivi della seconda presidenza Trump in politica estera erano abbastanza chiari fin da subito: assicurare un nuovo controllo mondiale agli Stati Uniti, rimettere gli USA al centro degli scambi economico-finanziari ed isolare lo strapotere economico cinese. Da qui sono derivate le sue decisioni più importanti: la mediazione con la Russia in Ucraina, l’implementazione dei dazi doganali, la pretesa di prendere il controllo sulla Groenlandia, l’attacco prima al Venezuela e poi all’Iran.
A volerla vedere in modo senza partigianerie, il piano di Donald Trump ha il suo senso; quello che proprio non va è il modo di metterlo in atto.
In questi due anni, Donald Trump ha sistematicamente attaccato i suoi alleati, rei a suo dire (talvolta a ragione) di non impegnarsi abbastanza per la sicurezza democratica globale. Che l’Unione Europea sia un farragginoso meccanismo in grado di bloccare qualsiasi decisione lo sosteniamo da tempo, e il modus operandi di Donald Trump di negoziare coi singoli Stati poteva addirittura essere un beneficio per gli europeisti, che avrebbero dovuto cavalcare la tigre per snellire e rinforzare l’istituzione centralizzata dell’UE (è successo? Ovviamente no).
Ma questo non è stato sufficiente: Trump ha preteso di utilizzare l’Europa nel suo complesso e l’alleanza della NATO come un suo strumento per raggiungere obiettivi ancora una volta comprensibili ma con la finalità principale di rafforzare gli USA – peraltro rischiando di innalzare la tensione internazionale sia nel caso del Venezuela che dell’Iran.
In questo contesto vanno considerati due elementi fondamentali sui quali Trum è assolutamente carente: la gestione politica delle sue azioni e la capacità di reagire all’imprevisto.
Trump non ha alcuna attitudine al dialogo. Lo sappiamo benissimo: con lui non si ragiona, o si viene lodati o si viene insultati. Lo hanno sperimentato Joe Biden prima e Kamala Harris poi in campagna elettorale; lo ha vissuto sulla sua pelle l’ormai dimenticato Volodymyr Zelensky, che è stato sbeffeggiato in diretta televisiva durante uno degli incontri con Donald Trump alla Casa Bianca; lo ha compreso Elon Musk, scaricato (a ragion veduta) nei primi mesi dopo le elezioni; lo stanno scoprendo in questi giorni Papa Leone XIV e Giorgia Meloni, passati dalle stelle alle stalle nel mosaico delle relazioni trumpiane. Chissà che a breve non tocchi anche a Benjamin Netanyahu.
Questa incapacità di dialogare, porta Trump ad imporre la sua visione in modo brutale e ruvido, dando per assunto che ciò che va bene a lui debba necessariamente andar bene a chi gli sta intorno: devo ottenere ciò che voglio, voi gioite di essere i miei sudditi e siate contenti delle briciole. Un atteggiamento da vero despota: a Trump manca completamente il concetto di dialogo politico, di mediazione, di sintesi e di cooperazione.
Ma non è solo questo il suo problema: fino a che è lui a dare le carte e ad imporre le regole, se la cava discretamente bene. Ma se le cose gli sfuggono al controllo, ed ecco il suo secondo punto debole, la sua abilità di reagire, adattarsi e controbattere sembra essere pari a zero; anzi, addirittura sembra andare nel panico, prendendo decisioni impulsive ed irrazionali, rilasciando affermazioni prontamente smentite nonostante ci siano registrazioni video, e fondamentalmente negando l’evidenza come un bambino colto in flagrante con le mani nella scatola dei biscotti.
Nel 2020 i suoi limiti erano venuti già a galla con la già menzionata crisi Covid-19: piuttosto che ammettere di aver preso decisioni revelatesi sbagliate, il Presidente aveva continuato ciecamente nella sua narrazione negazionista. Gli USA, come il resto del mondo, se la sono cavata, ma non senza più di qualche ferita, e questo gli è costato una rielezione pressochè certa.
Oggi la crisi in Iran sta mostrando una volta di più quanto Donald Trump sia incapace di gestire una situazione (da lui scatenata) che gli si è rivoltata contro. La sottovalutazione del nemico, l’impreparazione del piano d’attacco, la palese mancanza di una qualsivoglia strategia di uscita che non fosse l’imposizione di un governo a lui favorevole sono tutti elementi che rafforzano la tesi che Donald Trump, in fondo, non è altro che un giocatore di carte abilissimo a bluffare ma che, una volta messo a carte scoperte, si dimostra un bambino frignante che batte i piedi perché sta perdendo la partita.
Il continuo cambiamento di versione, il repentino oscillare da migliore amico a nemico giurato, l’estremismo delle sue frasi (che tradiscono una povertà lessicale imbarazzante) mostrano un lato di Trump pericolosamente simile alla polarità ed alla pochezza presente nei social network, dai quali trae buona parte del consenso.
La completa inaffidabilità del Presidente USA non è certo notizia di oggi (anche se ora la cosa è incredibilmente accentuata), e che Trump si muova con l’unico scopo di assicurare i suoi interessi per vie a dir poco non ortodosse è cosa risaputa. Ma il problema è ben più grande: e sono contraccolpi in arrivo dovuti ai meccanismi che Donald Trump ha messo in movimento.
Nonostante l’innegabile colpo subito, il regime iraniano ora si sente legittimato a completare rapidamente lo sviluppo delle armi atomiche e a usare lo stretto di Hormuz come arma di pressione internazionale; solo una completa e sanguinosa operazione di terra mirata al famoso cambio di regime (richiesto, anelato, smentito e poi dimenticato da Trump) potrebbe mettere in sicurezza l’area. Nel frattempo, i paesi del Golfo Arabo non possono di certo essere contenti di una situazione che ha compromesso forse in via definitiva il settore, e mancando i motivi di un’alleanza storica e forte con gli USA, potrebbero guardare altrove.
L’Europa nel suo complesso si sta distanziando sempre più velocemente dall’amministrazione Trump. Se è vero che mancano due anni al più che preventivabile cambio di bandiera sulla Casa Bianca (un’altra volta i Democratici, che Dio ci salvi), il vecchio continente deve far tesoro di questa storia e imparare a tornare un luogo di vigore morale e politico. A mettere i bastoni tra le ruote sono una mollezza di spirito delle nuove generazioni, l’inflitrazione islamica e un sempre più pervasivo fanatismo ideologico che vorrebbe rendere il territorio europeo una nuova URSS. Nei fatti, però, alcuni singoli stati si stanno muovendo per rafforzare la loro posizione internazionale, mettendo le basi (si spera) per un progressivo ridimensionamento dell’Unione Europea come monolitica e bloccante entità politica.
Anche la NATO è un’istituzione in crisi. Orientata da sempre a proteggere i confini del mondo occidentale, oggi vive una situazione da separati in casa. La malcelata voglia di Donald Trump di uscire, almeno parzialmente, dall’alleanza, rischia di scatenare gli appetiti predatori di Russia e soprattutto Cina, in chiave Taiwan, che ora sarebbe difficile arginare. Lo sbriciolamento della coalizione è un colpo a tradimento degli USA nei confronti principalemente di Europa e Canada, che ora si vedono minacciate alle spalle (il problema della Groenlandia e dell’Ucraina sono tutt’altro che risolti) e senza reali capacità di produzione militare per difendersi da un’altamente improbabile ma sempre possibile attacco Russo.
Infine, il fronte interno: l’elettorato sta severamente sfiduciando Trump, e la scontata batosta alle prossime elezioni di mid-term non saranno altro che una molto probabile vittoria dei Democratici nel 2028, con un conseguente rinnovamento dell’ideologia woke, di un liberismo finanziario meno visibile di quello tipicamente Repubblicano ma altrettanto tossico e di un nuovo impulso a quella globalizzazione voluta da pochi e che nei fatti sta distruggendo le economie e la previdenza sociale dei principali Paesi europei.
In tutto questo però non si può negare come il concetto di fondo su tante delle scelte di Donald Trump non manchi di logica.
Venezuela e Iran sono due dei principali produttori di petrolio al mondo, oltre che essere strategicamente importanti per il loro posizionamento geografico nel loro scacchiere di competenza. Prenderne il controllo attraverso governi compiacenti significa al tempo stesso sia levarli dalla sfera di influenza russo-cinese (con la Cina ad essere oggi i principali importatori del loro petrolio) e poter disporre di piazzeforti su cui posizionare forze militari e di intelligence capaci di tenere sotto controllo le due regioni; inoltre, impedire all’Iran di realizzare delle armi atomiche è fondamentale per mantenere un equilibrio, per quanto instabile, nella regione del Golfo Arabo. La politica dei dazi, mal pensata e mal gestita, è comunque mirata a riportare negli Stati Uniti l’interezza delle filiere produttive nazionali, delocalizzate nel corso dei decenni in cui la globalizzazione ha fatto carne di porco delle classi artigiane e operaie del Primo Mondo ed ha reso l’occidente dipendente dagli approvvigionamenti disponibili solo in Paesi fuori dalla propria zona di controllo politico-militare; e da questo punto di vista Trump sta ottenendo i suoi frutti, con industrie che hanno riportato sul territorio statunitense le proprie fabbriche e una prospettiva di aumento dell’occupazione al netto di una inflazione crescente e che probabilmente Trump non si aspettava.
C’è poi il capitolo su droga, criminalità e immigrazione clandestina, sul quale il polso della nazione sembra ondivago, ma che sembra essere ancora il punto cardine di tenuta dell’elettorato MAGA.
Donald Trump è una scheggia impazzita che sta isolando gli USA dal resto del mondo, e sta ottenendo esattamente il contrario di ciò che si auspicava: sta destabilizzando la politica internazionale invece di restaurare un periodo di tranquillità, utile all’aspetto economico-finanziario globale.
Se il suo piano è quello di scardinare gli equilibri attuali, favorevoli alla Cina in primis e alla Russia in seconda battuta, è comprensibile che intraprenda azioni energiche; ma senza pensare alle conseguenze e sistematicamente calpestando le alleanze storiche degli USA, Trump sta ottenendo unicamente il risultato di far scivolare il mondo, specialmente quello occidentale, in una spirale di caos ed instabilità.









