Zerocalcare chiude la sua trilogia con Due Spicci, un racconto più intimo e doloroso che esplora fragilità, amicizia e inquietudini in modo più maturo.

La trilogia di Zerocalcare giunge al suo capitolo conclusivo con una decisa virata verso tematiche più intime e mature. Due Spicci si presenta come una storia densa, stratificata, in cui una molteplicità di eventi e situazioni si intrecciano con l’obiettivo di mettere a nudo le zone più nascoste della psiche del protagonista, e di conseguenza di quel Michele Rech noto anche come Zerocalcare. Sullo sfondo di questa terza stagione si muove una Roma periferica segnata da dinamiche di malavita e tensioni quotidiane, che non resta semplice ambientazione ma detta i ritmi della storia, permettendo a paure e violenza di emergere come minacce concrete e psicologiche.
Zerocalcare si ritrova coinvolto in una vicenda che ruota attorno a debiti, relazioni personali e situazioni di criminalità purtroppo nota e ben diffusa nella periferia romana. La narrazione si sviluppa seguendo il tentativo del protagonista di districarsi tra pressioni esterne e conflitti interiori, mentre il passato riaffiora attraverso continui richiami e ricostruzioni; in questo intreccio, la linea tra responsabilità personali e contesto sociale si fa sempre più sottile, fino a rendere difficile distinguere ciò che appartiene alla scelta individuale da ciò che viene imposto dall’ambiente circostante.
Michele Rech, in arte Zerocalcare, compie un passo ulteriore nel suo percorso artistico, esponendo una parte di sé più vulnerabile e complessa, quella che per anni è rimasta protetta dietro l’ironia e la distanza fisica ed emotiva. Le fragilità emergono come una presenza costante, quasi soffocata, nascosta in un groviglio di paure e insicurezze che faticano a trovare una via d’uscita. La rappresentazione del disagio non si limita alla superficie né ad un’analisi che si arresta ai primi livelli dell’introspezione; questa volta va oltre e scava in profondità, restituendo l’immagine di un individuo che tiene il mondo esterno lontano, distante dal proprio fragile io.

Da questo punto di partenza cupo si sviluppa una trama che cresce episodio dopo episodio, assumendo toni più intensi e a tratti anche drammatici. Il gruppo storico di amici che accompagna Zerocalcare continua ad essere parte integrante di questo percorso di crescita: Sara, Secco e l’amico Cinghiale non si limitano a essere punti di riferimento, ma inseriscono nella narrazione i propri problemi, le proprie paure e i propri desideri. Le loro esperienze, fatte di difficoltà, compromessi e continue battaglie quotidiane, arricchiscono la storia di sfumature umane che contribuiscono a renderla più autentica. La storia di Due Spicci racconta quindi una quotidianità fatta di adattamento continuo, dove la felicità assume i contorni di una conquista fragile e mai definitiva.
Il ritmo della serie risulta serrato, talvolta quasi frenetico, con una successione di eventi che non concede molte pause allo spettatore. I molteplici flashback, elemento ormai distintivo dello stile dell’autore, contribuiscono a frammentare il racconto e ad arricchirlo di ulteriori livelli di lettura; in alcune occasioni, però, queste digressioni risultano leggermente dilatate, rallentando la progressione principale e appesantendo, anche se non in modo disturbante, il flusso complessivo della storia.
Dal punto di vista visivo, Due Spicci mostra un’evoluzione evidente rispetto alle opere precedenti. L’animazione appare più fluida pur mantenendo intatta l’identità grafica inconfondibile di Zerocalcare, con il suo stile essenziale e riconoscibile. Purtroppo non sono mancate le polemiche verso l’autore romano, reo a detta di qualcuno di aver agevolato lo sfruttamento a basso costo di disegnatori e animatori che hanno partecipato alla realizzazione della serie; accuse che, qualora confermate, riguarderebbero principalmente le dinamiche contrattuali e produttive dello studio di animazione coinvolto, più che il contributo creativo dell’autore. Grande attenzione è invece riservata alla selezione musicale, che accompagna e amplifica le atmosfere narrative; il risultato che si ottiene è uno spaccato generazionale che restituisce con precisione il vissuto dei quarantenni, tra nostalgia, precarietà e disillusione.

Non mancano, come da tradizione, alcune incursioni di natura politica e sociale. Uno degli aspetti più netti riguarda putroppo la percezione delle forze dell’ordine, quasi assenti come possibile soluzione dei problemi; una scelta coerente con l’impianto della storia, che privilegia la dimensione interna e relazionale rispetto a interventi esterni risolutivi, ma che fa capire molto bene le posizioni ideologiche dello scrittore romano.
In conclusione, resta l’impressione di un’opera complessa, stratificata, profondamente legata alla sensibilità del suo autore; un racconto che lascia intravedere la densità dei suoi conflitti interiori, senza cercare semplificazioni. Quello che Due Spicci lascia allo spettatore è l’inevitabile sensazione che Zerocalcare sia geniale sotto molteplici aspetti, ma che purtroppo sia davvero incapace di costruirsi un angolino di vera serenità.









