Frankenstein: la recensione

Guillermo Del Toro non sbaglia un colpo… purché non siano mostri. L’ennesima versione di questa classico horror è fuffa.

 

Frankenstein recensione

 

Lo storico e talentuosissimo regista de Il Labirinto Del Fauno tenta la sua conquista della Russia e, proprio come Napoleone, la campagna finisce in disfatta. Il tema era già di per sé rischioso: dal cinema horror della Universal degli anni venti ai giorni nostri, in tanti (troppi) hanno voluto trasferire nella settima arte il capolavoro letterario di Mary Shelley ma, a parte Mel Brooks col suo leggendario “lupo ululà castello ululì”, nessuno ha davvero mai toccato il cuore di questa storia così profonda. Forse Del Toro s’era fatto ingolosire dal Dracula di Coppola che, invece, i livelli del romanzo di Bram Stoker li supera, ma qualcosa non è andato per il verso giusto.

Se guardate i 149 minuti del Frankenstein targato Netflix, la prima sensazione è che sia un capolavoro. E allora cosa c’è che non va? Che si tratta di pura apparenza. Un’apparenza perfetta, inossidabile, estetica ma sempre e solo priva di alcuna sostanza. Il regista, infatti, indovina il cast, con Oscar Isaac nei panni dello scienziato pazzo, Mia Goth in quelli della suadente Claire e, soprattutto, Christoph Waltz come mattatore della pellicola; ma nessuno di loro si dà veramente.

 

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C’è talmente tanta cura (maniacale) nei costumi e nelle scenografie di questo lungometraggio che gli attori non sentono la responsabilità di dover rendere vera la finzione. E’ un po’ come quando si gioca in una squadra piena di campioni e nessuno se ne assume davvero la responsabilità sportiva. Dopo qualche minuto di stupore, subentra il sospetto e poi la noia.

Lo story telling si divide in due parti: il racconto del dottore e il racconto della creatura. La prima parte è un film di Tim Burton (ma di quelli meno riusciti), pompato da dollari ed effetti visivi. La seconda parte è invece una lunga puntata di Cento Vetrine, tra amori struggenti e lacrimevoli soprusi a cui la belva è sottoposto. Asciugando tutto questo calderone di sugo, polenta e produzione colossale, resta un solo e unico messaggio chiaro: l’uomo è il vero cattivo! Wow, un tema banale come i testi di Rocco Hunt e abusato come il vessillo di Rocco Siffredi.

Sembrano davvero lontani i tempi d’oro di Pacific Rim. Diciamo che, nel percorso aureo di Guillermo Del Toro, fatto di gloria e titoli indovinati, qua siamo allo scempio de La Forma Dell’Acqua 2.0. Noia, banalità e cupaccia… ma sapientemente ammantati di estetica da cineasta e spinta promozionale da social.

E se ancora aveste qualche dubbio, c’è sempre un trucco per smascherare il gioco delle tre carte quando si tratta di un film: la colonna sonora. Se è imponente ma trita e ritrita, è chiaro che nessuno aveva voglia di cercare qualcosa di innovativo ma solo di spaccare al botteghino (o dove si spacca quando si ha a che fare con una piattaforma streaming). In questo caso, vi diciamo solo che quando la creatura incontra Claire… partono i violini. I violini! Nel 2025!

 

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In conclusione, onore ai truccatori che hanno reso il mostro credibile. L’unica cosa vera in questo brutto inciampo di Guillermo Del Toro.

 

Frankenstein, 2025
Voto: 5
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