I Mondiali Qatar 2022 e lo sponsor Budweiser: il valore dei principi

I discussi mondiali Fifa Qatar 2022 stanno per iniziare e, nonostante tutte le singolarità di questa edizione, un’aspetto del passato è rimasto intatto: lo sponsor.

 

 

Fra pochi giorni inizierà la principale kermesse sportiva internazionale, ovvero i mondiali di calcio. L’evento sportivo per antonomasia con più seguito al mondo quest’anno, e per la prima volta nella storia, non si terrà d’estate, ma a cavallo fra novembre e dicembre.

Oltre alla novità temporale, gli imminenti mondiali saranno ospitati per la prima volta da una nazione musulmana. Lo Stato del Golfo è storicamente e culturalmente lontano dalla tradizione calcistica europea e sudamericana, ma grazie agli investimenti degli ultimi dieci anni nel mercato calcistico internazionale l’interesse del Paese per il fenomeno calcio è cresciuto esponenzialmente, così come l’interesse della Fifa per questo tipo di mercati.

La forte componente religiosa che caratterizza la leadership e il popolo qatariota ha permeato l’organizzazione del mondiale con lo scopo di renderlo più confortevole possibile ad una popolazione abituata a ben altri usi e costumi, soprattutto in occasioni di festa.

 

 

 

Sulla pagina ufficiale dei Mondiali si possono leggere le regole e le “calde raccomandazioni” rivolte ai tifosi, ed ai turisti in generale, che si recheranno nel Paese per seguire l’evento; le norme sono tutte figlie di un bilanciamento fra il rispetto di un protocollo quanto più in linea con la cultura e le religione del Paese, e il clima festaiolo e libertino che si respira generalmente in eventi di questo tipo.

Fra le regole e le raccomandazioni che maggiormente hanno fatto discutere ci sono il divieto di effusioni di coppia di qualsiasi genere in aree pubbliche, il divieto assoluto di mostrarsi a torso nudo e il divieto di immortalare in foto o video altre persone senza il loro permesso (per via dell’ideologia islamica legata alla rappresentazione della persona, un aspetto caro ai fedeli più ortodossi).

Certamente il Qatar non è lo stato antesignano dei diritti e delle libertà individuali (vedi la condizione dei lavoratori impiegati nella costruzione degli stadi), e il codice di comportamento che vige nella società qatariota non può probabilmente essere compreso dal nostro punto di vista, laicizzato e liberalizzato da anni di cultura e dibattito progressista. La religione è infatti un efficacissimo collante che ha tenuto e tiene unita un’area dalla forte vocazione tribale e isolazionista. È quasi impossibile pertanto pensare che tale area e la sua popolazione ragionino in opposizione alle proprie necessità culturali: è praticamente inutile quindi pensare di poter pretendere che un singolo evento dalla caratura internazionale possa essere in grado di modificare in così poco tempo e così profondamente le fondazioni di una società dai precetti millenari come quella islamica sunnita.

C’è però qualcosa che è stato in grado di superare anche le rigide regole coraniche: il profitto. Il denaro, e quindi il guadagno, è il precetto trainante della società attuale, in grado di trascendere la geografia, la cultura e la religione nello loro sfumature più ataviche in funzione di una logica tesa unicamente al raggiungimento di un tornaconto economico per tutte le parti coinvolte; questi Mondiali ne sono un esempio lampante.

Dal mondiale USA del 1994 la nota birra americana Budweiser è uno dei principali sponsor della manifestazione calcistica, e in ogni edizione a partire da quella a stelle e strisce il logo della birra è sempre stato presente nei banner pubblicitari a bordo campo e negli spot televisivi che si insinuano fra un momento della partita e l’altro. Alcune sure del Corano avrebbero potuto interrompere questo lauto sodalizio fra la Fifa e il birrificio di St.Louis, rischiando di mandare in fumo accordi commerciali con cifre a sei zeri.

 

 

 

La Shari’a, ovvero il complesso di leggi e comportamenti trasmessi da Allah per regolare la condotta politica, morale e giuridica dei fedeli islamici, è applicata in molti stati a maggioranza islamica, compreso il Qatar, ed è proprio per questo che determinati comportamenti sono vietati o caldamente sconsigliati nel corso della manifestazione. La Shari’a tuttavia vieterebbe anche il consumo di alcool, motivo per cui è generalmente illegale introdurre la sostanza in Qatar, consumarla o farsi trovare ubriachi in luoghi pubblici.

Il risultato di una tale visione politica dello Stato e della società sarebbe dovuto essere la rinuncia alla Budweiser come sponsor principale della manifestazione, vista anche la rigidità con la quale il Governo qatariota ha imposto le sue regole per questo evento e sopratutto l’importanza del divieto per i fedeli. Tuttavia, Budweiser, Fifa e l’organizzazione qatariota hanno celebrato da poco il raggiungimento di un accordo che certifica il ruolo della prima come sponsor e regola il consumo di alcool nel corso della manifestazione.

Il Qatar dunque sembrerebbe aver reciso parte delle sua identità, evitandosi così presumibilmente proteste, contenziosi e defezioni dell’ultimo minuto con la speranza che questo possa sedare in parte le proteste legate a questi mondiali, e possa regalare ai tifosi momenti di spensieratezza favorevoli per la fama e la reputazione del Paese. Ma qual è il prezzo da pagare?

 

 

 

Probabilmente nessuno, visto lo stato di quiete forzatamente indotta alla popolazione qatariota; se questo popolo avesse però la possibilità di far sentire e valere la propria voce cosa direbbe a quella nomenclatura politica che ha tradito quella medesima fede e ordine che afferma di voler difendere a tutti i costi?

L’impossibilità di criticare il proprio governo cede il passo ad un silenzio utile solo a sentire il fruscio dei soldi fra le mani.

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