Nonostante i proclami sui suoi benefici, le aziende stanno già sfruttando l’intelligenza artificiale per risparmiare sul costo del personale creando una massa di nuovi poveri.

Il tema della gestione dell’IA è un elemento fino troppo secondario nell’attuale dibattito pubblico e politico. Le molte ricadute dell’intelligenza artificiale avverranno o stanno già avvenendo su innumerevoli campi, ed è necessaria più di una riflessione.
Uno degli impatti più rilevanti ed immediati è quello legato al mondo del lavoro. Se i computer sono lo strumento perfetto per effettuare compiti routinari, preventivabili e pianificabili, l’intelligenza artificiale va a complementare gli elaboratori elettronici agendo sul lato predittivo e concettuale delle attività da svolgere.
Sulla carta si tratta di uno strumento che può portare enormi benefici: si vedano i casi di difficili diagnosi mediche fornite rapidamente e correttamente, o analisi di situazioni complesse riassunte in pochi secondi in un formato facilmente leggibile ed assimilabile.
La realtà però non è solo questa, e dietro il massiccio utilizzo dell’IA si cela lo spettro di un mondo popolato da poveri senza lavoro.
Dalla metà del 2025, il mondo dell’IT è scosso da un susseguirsi di licenziamenti di massa che avvengono sia nelle big tech (Microsoft, Amazon, Google, Apple, Meta, Nvidia) sia nei principali studi di produttori di videogiochi (Electronic Arts, Ubisoft, Activision), il settore divenuto il principale produttore di fatturato nell’ambito dell’intrattenimento, scalzando (e di tanto) audiovisivo e musica. Si stima che da gennaio 2025 ad oggi siano circa 600000 i lavoratori IT che hanno perso il loro lavoro per ragioni di “efficientamento”, parola che in realtà nasconde la sostituzione delle persone con intelligenze artificiali che nella maggior parte dei casi gli stessi addetti hanno formato.
È bene sottolineare che questi tagli non sono dovuti a crisi economiche: le aziende in questione sono floride, e puntano esclusivamente a massimizzare il profitto.

Fonte: Microsoft, 2026
Se pensate che la cosa sia ristretta al mondo dell’informatica, vi sbagliate. Questa non è che la punta dell’iceberg: negli anni a seguire l’adozione dell’intelligenza artificiale si farà sempre più presente non solo nelle aziende ad alto contenuto tecnologico, ma anche in ambiti completamente diversi.
A rischio sono i conducenti di veicoli di ogni taglia; oggi spesso ricercati e ben pagati quando si tratta di trasportatori, nel giro di pochi anni questi verranno sostituiti da camion (e auto) a guida autonoma, in grado di portare a termine lo stesso compito senza i costi di uno stipendio e le necessità umane da gestire (il sonno, i giorni di riposo, le pause per mangiare o riposare).
L’industria dell’automotive sta già implementando AI che andranno a rimpiazzare ingegneri e designer. Quella dell’audiovisivo da tempo sta testando soluzioni per realizzare film interamente digitali, includendo anche la sceneggiatura; anche i semplici doppiaggi verranno realizzati dall’AI.
Ma nemmeno gli impiegati generici possono dirsi tranquilli: tutte le attività ripetibili o prevedibili potranno essere gestite da un’IA opportunamente addestrata, rendendo inutili la maggior parte degli amministrativi in ambito risorse umane, settore vendite, acquisti e finanze, traduzioni e segreteria. E questo senza considerare gli operatori di call centre, già oggi sostituiti in larga parte dalle chat che vediamo immancabilmente sui siti dei fornitori di servizi.
La lista delle tipologie lavorative impattate è lunghissima, e porta sempre ad un unico risultato: la sostituzione dell’uomo con la macchina. Nel 2023 il World Economic Forum stimava una perdita di posti di lavoro superiore agli 83 milioni entro il 2028; ma si trattava di previsioni fatte quando gli esperimenti sull’intelligenza artificiale erano in fase quasi embrionale. Oggi, quello spaventoso numero sembra essere estremamente sottostimato.

Fonte: World Economic Forum, 2023
Non è la prima volta che l’essere umano si trova di fronte a cambiamenti che hanno richiesto un riassestamento della forza lavoro: è successo per la prima volta con la rivoluzione industriale, scaturita dall’invenzione del motore a vapore, e per una seconda volta con la robotizzazione, che ha rimpiazzato gli operai con macchine autonome. In entrambe le occasioni la società si è adattata e, durante un periodo cuscinetto, i lavoratori sono stati tutti bene o male ricollocati. Ma questa volta è diverso.
La prima rivoluzione industriale si è sviluppata con lentezza, nell’arco di quasi un secolo, tanto da permettere la progressiva transizione di interi gruppi di lavoratori e delle loro famiglie verso nuovi lavori, non necessariamente meno faticosi o meglio retribuiti ma altrettanto sicuri e affrontabili. È stato il periodo dell’abbandono delle campagne e del rapido sviluppo delle industrie; un periodo durante il quale le città sono cresciute a dismisura e si sono spopolate le aree rurali e soprattutto quelle di montagna.
La robotizzazione è invece un fenomeno recente, che in un paio di decenni ha cambiato drasticamente le catene di produzione industriale. Numericamente, i lavoratori impattati sono stati una piccola percentuale rispetto al totale, ma costoro sono stati costretti a trovare alternative lavorative non sempre disponibili ed in poco tempo, tanto da causare scompensi sociali ancora percepibili.
Il fattore tempo, in questa seconda rivoluzione, ha mostrato che il processo di riassestamento del mondo lavorativo è tutt’altro che immediato; l’avvento dell’IA nel mondo del lavoro colpirà praticamente l’interezza dei lavoratori, e lo farà (o lo sta già facendo) in pochissimi anni. Tra 24-48 mesi, il mondo industrializzato si troverà con una massa di disoccupati da riallocare, senza però avere dei lavori da fornire. Ci troveremo insomma con una enorme massa di persone disperate, che nel migliore dei casi saranno costrette ad accettare lavori sottopagati ed inadatti alle loro qualifiche, esperienze e capacità, ma che nella stragrande maggioranza dei casi ricadranno interamente sulle spalle degli Stati nazionali, chiamati a sostenere le loro esistenze con sovvenzioni probabilmente insufficienti.
Sembra uno scenario apocalittico e irreale, esagerato, distopico; eppure è lo scenario che stiamo permettendo di realizzare con la nostra passività e con la nostra accettazione quotidiana degli strumenti legati all’intelligenza artificiale. Siamo proiettati verso un mondo dove ancora molte meno persone potranno dirsi benestanti o semplicemente autosufficienti economicamente, e dove la povertà sarà talmente diffusa da essere la normalità.
È il cappio che il mondo della tecnologia ci sta rapidamente stringendo al collo, senza che i più se ne accorgano.









