Il progresso del regresso: il conservatorismo americano

L’avversione al progresso di gran parte della nomenclatura politica americana è tutta racchiusa nella possibilità di rendere illegale l’interruzione di gravidanza.

 

 

La Corte Suprema degli Stati Uniti, il più alto grado della magistratura federale del paese, nonché corte costituzionale del medesimo, è composta da 9 giudici e la loro nomina è avanzata con potere plenario dal presidente reggente e può essere respinta o confermata dal Senato degli Stati Uniti; i giudici e le loro nomine rispecchiano dunque la forza ideologica e politica dominante di quel periodo. Le nomine però sono a vita e, seppur costituzionalmente contemplata, la possibilità di impeachment per i giudici deve essere prima confermata dal 67% del Senato.

Il meccanismo delle nomine a vita ha attualmente prodotto una Corte Suprema dalla marcata connotazione conservatrice: ben 6 giudici su 9 infatti, oltreché essere stati eletti da presidenti repubblicani, si dichiarano ideologicamente conservatori, seppur con le dovute differenze di sfumature politiche che rendono alcuni giudici più liberal di altri. John G. Roberts ad esempio, capo dello Corte Suprema e repubblicano moderato, ha espresso le sue perplessità in merito alla portata della decisone che i suoi colleghi hanno preso a maggioranza.

La deriva conservatrice che ha portato alla possibilità per gli Stati di abolire il diritto all’aborto è la chiave di lettura per comprendere l’anatomia dell’ideologica politica statunitense, incapace di liberarsi definitivamente delle ingombranti e desuete vesti del passato a tal punto da volerle rendere contemporanee, come se gli scintillanti lustrini delle piazze progressiste di New York, Los Angeles o di Boston bastassero a coprire gli strascichi di nefandezze sociali intessuti dal passatismo ideologico dei conservatori.

 

 

Gli Stati Uniti  nascono infatti come esigenza territoriale dei puritani inglesi, desiderosi di evadere la peccaminosa realtà della società e della religione anglosassone per fondare una nuova società degna agli occhi di Dio, costituita seguendo esattamente i precetti contenuti nella Bibbia e finalizzata alla continua redenzione individuale e collettiva.

A questo credo è seguita nel tempo la presunzione di avere dalla propria parte una legittimità assoluta e oggettiva nel perseguire i propri fini, data la loro natura di gentiluomini bianchi e onesti cristiani, che nel corso della storia li ha portati ad accettare socialmente, e quindi a legalizzare, tutti quei comportamenti utili a raggiungere lo scopo prestabilito: genocidi, costituzionalizzazione della difesa tramite armi della proprietà privata, schiavitù e maschilismo ipertrofico.

L’ultimo punto è strettamente connesso con la decisione presa dalla Corte Suprema la scorsa settimana: poco dopo aver pronunciato la sentenza in merito all’abolizione della libertà di aborto infatti, la maggioranza della Corte si è espressa affermando che la Costituzione degli Stati Uniti non prevede il diritto all’aborto, e che quindi abortire sarebbe di per sé un atto incostituzionale.

 

 

Tralasciando l’anacronismo lampante di questa affermazione, è bene soffermarsi sulla concezione della donna che ancora oggi permea gli ambienti culturalmente e politicamente più importanti degli USA: una concezione che sembra non essersi scalfita col tempo, ma che ha saputo resistere in una condizione di apparente latenza alle cannonate progressiste del ’68, del Free Speech di Berkley e di Rosa Parks; una concezione che ha tratto la sua linfa vitale dagli ambienti della vera America, quelli del Midwest e del Grande Sud, terre di famiglie il cui presente, nelle intenzioni e nei fatti, somiglia tremendamente ad un passato non troppo remoto.

Il carattere conservatore degli USA è insito nella loro natura e, probabilmente, la snaturazione che gli USA dovrebbero subire per liberarsi da questa postura politica anacronistica è un qualcosa di impensabile, data la canalizzazione che questa ha nella società e nella nomenclatura amministrativa del Paese;  un ridimensionamento è però presumibilmente necessario alla luce degli eventi che stanno accadendo nelle loro scuole e nelle loro aule di tribunale.

 

 

Il conservatorismo è un’aspirazione politica più che lecita, ma l’adattamento è una moneta che ogni credo politico deve pagare, pena la scomparsa: il tempo scorre, modifica gli uomini e le loro abitudini, ne trasforma i pensieri e gli orizzonti dove questi possono prendere forma; presumere di poter incantare un processo fisiologico è un pensiero di un’arroganza tale che solo un puritano probabilmente poteva ipotizzare.

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