Tra la fine degli anni ’80 e i primi anni del nuovo decennio, Seattle sarà conosciuta come la capitale di un movimento musicale che invaderà e finirà per cambiare per sempre la faccia del rock; oggi parliamo degli Alice in Chains.

 

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Seattle Sound è sinonimo di grunge, termine oggi utilizzato per indicare il nuovo genere portato alla ribalta dalla costellazione di band formatosi in questo piccolo angolo degli Stati Uniti. Grunge è sinonimo di sporco, di qualcosa difficile da scrostare dalle superfici, che finirà inesorabilmente per depositarsi e accumularsi, così come effettivamente avverrà nell’ambiente rock, ancora dominato dalle sonorità glam degli anni Ottanta.

Suoni aggressivi e creatività distruttrici faranno da sfondo all’ascesa e spesso al declino di gruppi oggi ancora noti e ascoltati da molti, che proprio dalle sale prova e dai locali di Seattle finiranno per ergersi a bandiere di questo movimento che per più di un decennio dominerà le classifiche e gli animi degli ascoltatori di tutto il mondo e che tutt’oggi irradia e influenza sonorità e generi.

Nello spettro più aggressivo del nuovo genere si collocano gli Alice In Chains, progetto capitanato e guidato verso il successo dai riff particolarmente cupi e mordenti del chitarrista Jerry Cantrell e dalla voce del cantante Layne Staley. Mike Starr al basso e Sean Kinney alla batteria completeranno la formazione che ufficialmente prende vita nel 1987.

Temprati da innumerevoli esibizioni dal vivo, il gruppo pubblica, nell’estate del 1990, il primo album intitolato Facelift. Brani come Man In The Box e Bleed The Freak sono onde di freschezza e novità che rendono giustizia alle particolari abilità canore di Layne e i giovani rockers americani se ne innamorano subito. Niente nel panorama musicale assomigliava al loro sound, e niente sarà più come prima. Tour incessanti assicurano e mantengono alto il livello di interesse e notorietà del nuovo sound, arricchito dal successo mediatico di altri gruppi come i Nirvana, i Pearl Jam e i Soundgarden.

Segue l’EP Sap e il secondo studio album Dirt rilasciato nel 1992 che definitivamente consacra il gruppo alla storia. Album decisamente più cupo e impregnato di tematiche che toccano da vicino i membri della band. Il successo collettivo, infatti, porta gli Alice in una spirale discendente oscura che culmina con gli eccessi di sostanze stupefacenti. Qualcosa inizia a trapelare, qualcosa sgretola le vite di Mike e Layne dall’interno: si chiama eroina, triste compagna di molti grunger di Seattle.

Mike abbandona il progetto nel 1993 per problemi relativi all’uso della sostanza e all’influenza negativa all’interno del gruppo, e viene subito sostituito da Mike Inez. Layne tenta di sottrarsi al giogo della dipendenza entrando e uscendo più volte dalle cliniche di disintossicazione e per un po’ sembra che le cose possano andare per il verso giusto. Nel frattempo, arriva il 1994. Arriva la morte di Cobain e Layne affronta ancora i suoi demoni, ben visibili nei testi del secondo EP Jar Of Flies. Il più intimo, quello più fragile.

 

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Layne è solo l’ombra di ciò che era appena pochi anni prima. I segni dell’eroina lasciano tracce nel corpo e nell’anima, negli occhi sempre più spenti e nelle crescenti tensioni tra i membri. Continua il tentativo di mantenere saldi gli Alice e di continuare a creare contenuti di alto livello. Sforzo che sfocia nel self titled album Alice In Chains del 1995 che scala ancora una volta le vette della classifica. Tuttavia, il tour per accompagnare l’uscita del disco non si fa e le apparizioni dal vivo sono cessate. Si intravede una fine dolorosa e sono in molti che provano ad aiutare i componenti a ritrovare la retta via.

Un emozionante ritorno si ha con il celebre MTV Unplugged del 10 aprile 1996, registrato e fatto uscire come live album più tardi. Live impeccabile dal punto di vista strumentale, con il cantante che nonostante l’aspetto emaciato e consumato, riesce in una performance gloriosa. Ma è quasi la fine.

Una successiva overdose decreta la fine delle apparizioni live, e Layne si isola sempre di più dal mondo e dai compagni, sempre più fragile e con la salute che rapidamente si va deteriorando. Passerà gli ultimi anni della sua vita quasi sempre chiuso in casa tra droghe e videogiochi per poi spirare il 5 aprile 2002 a causa di un mix letale di eroina e cocaina. La musica perde così una delle voci più iconiche del decennio precedente, il grunge si tinge ancora una volta di nero, in lutto. La dipendenza si porterà via anche il bassista Mike Starr nel 2011.

Ma anche dal buio più profondo se ne può uscire, e gli Alice In Chains si ricompattano qualche anno dopo, con il nuovo cantante William DuVall che calpesterà il palco onorando e mai cercando di sostituire Layne. Vedono la luce album di grande spessore come Black Gives Way To Blue e The Devil Put Dinosaurs Here rispettivamente nel 2009 e nel 2013, con sonorità che ricordano precedenti lavori.

 

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Dopo una lunga attesa esce finalmente Rainier Fog nel 2018, tributo al Monte Rainier che sovrasta e chiude Seattle tra le sue cime e l’oceano Pacifico. Uno sguardo verso il passato, verso quella città che ha saputo cullare per poi disgregare vite e sogni. Gli anni sono passati, il tempo non lascia scampo a nessuno ma l’energia di questi signori di mezza età che ancora calpestano il palco con la fame di un tempo c’è ancora.

Gli Alice in Chains sono ancora qui.

 

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