La libera, legittima scelta di essere hippy

Fino a che punto può arrivare l’autorità delle emanazioni statali nell’imporre il modo in cui crescere i figli degli altri?

 

 

La storia della “famiglia nel bosco” è ormai tristemente famosa: si tratta di una coppia di stranieri che, trasferitisi in un casolare nella selva abruzzese, hanno deciso di cercare una vita autosufficiente senza compromessi a contatto con la natura. I due sono al centro dell’attenzione mediatica da quando (era il finire dello scorso anno), il Tribunale per i minori su richiesta dei servizi sociali ha imposto l’allontanamento da casa dei figli con l’accusa della mancanza di istruzione scolastica ed un presunto isolamento coatto degli stessi.

La questione è ancora giuridicamente in divenire e non sono noti tutti i particolari; di conseguenza evitiamo di dare un giudizio nello specifico del merito. Non è però possibile esimersi dal chiedersi perchè ad una tranquilla famiglia di hippy debbano essere strappati i figli solo perchè li si fa vivere in modo agreste, senza l’ausilio di acqua, elettricità o gas, e insegnando loro a cavarsela in modo autonomo. Per secoli i nostri avi hanno vissuto in questa maniera, isolati sulle alture delle montagne durante i mesi estivi, al seguito del bestiame, e non sembra che questo abbia impedito al genere umano di sopravvivere. Anzi.

È assurdo che degli assistenti sociali e un Tribunale impongano il modo in cui la vita debba essere vissuta, il modo in cui crescere dei figli, lo stile di vita che debbano seguire; e soprattutto, è assurdo che questo avvenga senza tenere conto dei traumi che vengono causati ai bambini, sradicati dalle loro famiglie, ed ai genitori stessi, alle prese con tensioni e situazioni più grandi di loro.
Sono tre i principi fondativi di una società che si voglia definire libera e democratica: il primo è di non arrecar danno al prossimo con la propria condotta, il secondo è di permettere al prossimo di vivere secondo i canoni che ognuno reputi più consoni al proprio essere, e il terzo è di non causare danno allo Stato con le proprie azioni. Il caso della “famiglia nel bosco” non rientra in nessuna di queste tre casistiche; e quindi cosa avranno mai fatto di male?

 

 

Probabilmente nessuno di noi vivrebbe nel modo in cui questo inglese e questa australiana hanno scelto per sé e per i figli; è comodo avere luce, riscaldamento, acqua potabile, un lavoro spesso effettuato con le comodità di una sedia e una scrivania. È comodo vedere un film in televisione, leggere un articolo di critica sociale scritto su La Tana Del Cobra, scegliere quale evento sportivo seguire dal proprio divano, telefonare ai propri amici o perdere il proprio tempo sui social network. È comodo; ma non indispensabile, o tanto meno obbligatorio.

Ognuno deve essere libero di vivere come preferisce e di educare e far crescere i propri figli come ritiene opportuno, sempre nel rispetto degli altri e della legge; e questo era (è) il caso della “famiglia nel bosco”. I bambini non sono stati addestrati a chiedere l’elemosina, a borseggiare, a derubare, ad aggredire i propri coetanei; sono semplicemente diversi, peculiari. Magari possono essere atipici o strani nei comportamenti, possono non rientrare nei canoni delle opulente società occidentali; eppure hanno tutti i diritti di essere quello che sono, di crescere in tal modo e volendo di isolarsi e di non relazionarsi col mondo esterno (cosa, peraltro, tutta da dimostrare e finora non dimostrata).

 

 

Sono ben altre le situazioni difficili nelle quali i bambini soffrono e dove occorre valutare realmente un allontanamento dalle famiglie di origine. L’esempio dei bambini addestrati a rubare non è stato fatto a caso: il riferimento agli zingari (scusate, ai Rom, Sinti e quanti altri) è ovvio, diretto e voluto. Di casi di furti, di omicidi colposi (come quello della donna investita da quattro ragazzini Rom che avevano rubato un’auto) ne sono piene le cronache.  Ma qui, per ragioni ideologiche, in massima parte i servizi sociali e i Tribunali chiudono entrambi gli occhi e tollerano situazioni di violenza, furti e degrado che impattano la vita degli altri abitanti delle città.

Si fa veramente fatica a pensare che la questione non sia principalmente ideologica e che non sia sfuggita di mano ai responsabili di questa situazione, che hanno probabilmente sottovalutato la tenacia (e talvolta l’ottusità) di una coppia di hippy che vuole legittimamente vivere a modo proprio; e si fa ancora più fatica a pensare che l’invasività dello Stato (o in questo caso delle sue emanazioni) arrivi ad obbligare i suoi cittadini a vivere secondo standard la cui definizione va ben oltre il concetto di libertà e democrazia. E la cosa agghiacciante, è che il caso della “famiglia nel bosco” non è che uno dei tanti esempi di questo tipo.

 

 

Sono tante, troppe le famiglie innocue a cui i figli vengono sottratti in modo discutibile: due esempi sono il caso di una coppia nell’aretino, i cui bimbi sono stati portati via con la forza nell’ottobre 2025 anche qui per il mancato riconoscimento dell’istruzione parentale, o quello di una bambina vittima del modello Bibbiano, i cui danni causati dagli assistenti sociali emergono ancora oggi.

Ci sono situazioni assurde ed inaccettabili tutto intorno a noi, che passano sotto silenzio o alle quali non diamo il giusto peso. Eppure le prossime vittime potremmo esssere noi: se non seguiamo i canoni dello standard imposto da figure spesso ideologizzate, rischiamo di trovarci al centro della bufera.

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