La Serbia deve perire: 1914-1918

L’epopea della Serbia nella Prima Guerra Mondiale, tra cocenti sconfitte e grandi vittorie.

 

 

Agli inizi del 1914 la Serbia vanta alle proprie spalle due recentissime guerre combattute e vinte. La prima del 1912, conosciuta come Prima Guerra Balcanica contro il secolare nemico ottomano le ha permesso una importante espansione territoriale verso i territori macedoni. La Seconda Guerra Balcanica, dell’anno successivo, l’ha vista invece impegnata contro la vicina Bulgaria, che circondata da tutti i lati, ha dovuto cedere importanti territori. In poco più di due anni, il Regno di Serbia, sotto la guida del Re Pietro I, non solo vede il proprio territorio quasi raddoppiato, ma incorpora circa due milioni di nuovi cittadini al proprio interno.

Belgrado alza la testa e si impone come una delle principali città del sud-est europeo, entrando così in un mortale attrito col ben più potente nemico austriaco, che ha appena fatto della Bosnia-Erzegovina la più recente provincia acquisita. Le tensioni già di per sé alte, culminano con l’assassinio del principe erede al trono dell’impero austro-ungarico nell’attentato di Sarajevo del 28 giugno 1914. È la scintilla che accende l’Europa nel pieno di un’estate che difficilmente verrà dimenticata. I serbi rifiutano categoricamente gli ultimatum che arrivano da Vienna, che a questo punto inizia a sperare nel conflitto così da chiudere definitivamente la partita balcanica.

 

 

Azzardando il non intervento della Russia, grande protettore sia per motivi politici che religiosi della Serbia, gli austro-ungarici dichiarano guerra il 28 Luglio 1914, un mese esatto dall’attentato. Da Mosca però arriva quasi immediatamente la dichiarazione di guerra, con la Germania che immediatamente si schiera contro la Russia. Gli austro-ungarici assegnano al fronte serbo mezzo milione di uomini, per lo più poco addestrati e non etnicamente omogenei. Dall’altra parte, la mobilitazione serba porta sul fronte circa 400.000 truppe, molte delle quali con alle spalle già diverse battaglie nei vari teatri balcanici. La Serbia, seppur piccola sulla mappa, rappresenta uno scoglio notevole per le truppe imperiali fin da subito.

Per tutta la durata del 1914, le armate austriache cercano di indebolire il testardo esercito serbo, aiutato dagli alleati montenegrini. Le battaglie di Cer, Drina e Kolubara dimostrano in pieno le capacità belliche dei serbi, che però in assenza di sufficienti bocche di fuoco, vengono piano piano ricacciati indietro. Dopo il massiccio attacco austriaco del 5 novembre, viene ordinata una ritirata strategica di tutte le forze verso il sud del paese. Il 2 Dicembre le truppe austriache fanno l’ingresso a Belgrado.

 

 

Il fronte non si è però calmato, e nella fretta di avanzare e schiacciare i serbi, le armate imperiali si sono allungate troppo lasciando i fianchi pericolosamente scoperti e le linee di rifornimento troppo alle spalle. I serbi decidono di approfittarne, grazie anche ai rinforzi materiali dei francesi, arrivati attraverso la Grecia. Il Maresciallo Putnik lancia l’esercito serbo contro la sesta armata austriaca che non regge il colpo. La quinta armata che cerca di arrivare in soccorso viene sopraffatta dalla seconda e terza serba. Adesso sono gli austriaci a riceve l’ordine di ritirarsi verso i propri confini, e l’esercito serbo rioccupa la propria capitale il 15 Dicembre, meno di due settimane dopo. L’anno si conclude con un nulla di fatto, ma tanti uomini e mezzi sono andati perduti.

Il 1915 non promette bene per la Serbia. Le pressioni tedesche chiedono all’alleato minore di Vienna di chiudere i conti con i serbi, così da collegare Istanbul a Berlino adesso che l’Impero Ottomano si è schierato con le potenze centrali. Si guarda anche alla Bulgaria e al loro astio nei confronti del vicino per sferrare il colpo di grazia al governo di Belgrado. I bulgari osservano pazienti, ma dopo la sconfitta di Gallipoli e il disastro russo di Gorlice decidono di scendere in campo: la prima armata bulgara si posiziona contro le postazioni serbe, mentre la seconda viene impegnata nel sud contro montenegrini e macedoni.

Il 7 Ottobre 1915 l’undicesima armata tedesca e la terza austriaca, entrambe sotto il comando di Von Mackensen, impegnano la resistenza serba e passano i due fiumi Drina e Sava, incuneandosi nuovamente verso l’interno del paese. Simultaneamente anche l’armata bulgara attacca dal fianco e sfonda il fronte in direzione Skopje e Nis. Belgrado è perduta già dopo pochi giorni. Migliaia di serbi vengono sommariamente uccisi per le strade della capitale. Putnik ordina quella che viene ricordata come la Grande Ritirata, in direzione Montenegro e Albania. Le truppe che a fatica raggiungono le coste adriatiche vengono evacuate dalla marina britannica e portate in salvo verso le isole greche. Truppe francesi e britanniche, partite da Salonicco, stabilizzano il fronte poco più a nord, in Macedonia.

 

 

Ha inizio una situazione di stallo che dura, tranne piccoli episodi, fino al 1918 quando con l’offensiva di Vardar, serbi e alleati sfondano le linee nemiche e fanno rapidamente capitolare la Bulgaria già il 29 Settembre del 1918. L’uscita di Sofia dal conflitto genera panico tra gli alleati tedeschi e austriaci. Gli austriaci sono allo stremo, e i tedeschi non riescono a inviare che sette divisioni per cercare di arginare il disastro, con poco successo. Circa 700.000 soldati tra britannici, francesi e serbi, liberano il paese in poche settimane, prima della conclusione generale del conflitto.

La fine della guerra significa la nascita della Yugoslavia, ma a un costo elevato: circa 450.000 militari e 600.000 civili serbi perdono la vita durante il conflitto, tra epidemie e pallottole.

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