L’UE, il coltan e il Rwanda: le ombre di un commercio illecito

Nel 2023 il Rwanda è stato il primo esportatore mondiale di coltan; il paradosso tuttavia è che non esistono praticamente miniere di coltan nel Paese.

 

 

Il coltan è l’oro del terzo millennio e, proprio come l’oro nel XIX secolo, il coltan e il suo mercato muovono spesso i destini economici e politici di ampie regioni e delle popolazioni che ci vivono. Questo elemento, detto coltan ma conosciuto ufficialmente come columbite-tantalite, è infatti diventato indispensabile nella produzione dei chip di nuova generazione date le sue possibili applicazioni in ottica risparmio energetico.

L’Africa centro-orientale è, ad oggi, la regione con il più alto tasso di presenza di coltan nel sottosuolo, ed è per questo che in quest’area le miniere e gli impianti di estrazione sono una dominante paesaggistica piuttosto comune; fra gli Stati dell’Africa centro-orientale è certamente la Repubblica Democratica del Congo quello con la maggior percentuale di coltan nel proprio territorio, ed infatti l’80% del coltan estratto annualmente proviene proprio dallo Stato congolese.

Il 26 ottobre dello scorso anno, l’Unione Europea ha firmato un memorandum d’intesa con la RDC incentrato proprio sulle catene del valore delle materie prime, sulla volontà di intensificare le reciproche partnership commerciali e sul supporto finanziario e tecnologico che l’UE darà al settore minerario ed estrattivo della RDC; l’intenzione dell’UE dunque sembra quella di volersi assicurare una fetta all’interno di quella che sembrerebbe essere una nuova corsa delle potenze mondiali verso le risorse del sottosuolo africano.

Questa intenzione pare trasparire ancor maggiormente se viene preso in considerazione anche il fatto che il medesimo memorandum l’UE l’abbia firmato anche con Namibia, Zambia e Rwanda, stato confinante a est della Repubblica Democratica del Congo con la quale spartisce (in percentuale molto inferiore) il territorio di Rubaya, una delle aree con le terre più ricche di minerali preziosi.

 

 

Nella seconda metà del novecento, i due Stati si sono fronteggiati per ben due volte in quelle che sono passate alla storia come le due Guerre del Congo; due confitti sanguinari che affondando le loro radici nel conflitto etnico fra Hutu e Tutsi che investì il Rwanda e parte della popolazione della RDC. Sebbene si sia giunti alla fine di questo complesso conflitto etnico-territoriale, negli ultimi anni la tensione fra i due Stati sta nuovamente diventando insostenibile proprio a causa delle guerriglie e dei conflitti locali che avvengono per il possesso della risorse minerarie.

Può dirsi quasi conclamata la posizione del Rwanda all’interno del traffico illegale di minerali preziosi, e a dimostrarla non ci sono solo diversi rapporti delle Nazioni Unite in cui vengono specificate le milizie coinvolte e le modalità di trasporto, ma ci sono soprattutto i dati incompatibili con la realtà; il Rwanda infatti nel 2023 ha annunciato di essere stato il primo esportatore a livello mondiale di coltan con 2070 tonnellate, ma la quantità sembra essere incompatibile con le risorse disponibili sul proprio territorio.
Nonostante un’evidenza piuttosto netta di un traffico illegale di minerali preziosi dalla RDC al Rwanda e da lì poi venduto ai mercati ricchi di contanti come quelli del Golfo Persico, l’UE ha scelto di stipulare questi due differenti memorandum con RDC e Rwanda; fa riflettere poi il fatto che il memorandum non sia stato stipulato in forma congiunta fra le 3 entità politiche, ma in maniera separata, dando l’impressione che le difficoltà da superare in ottica futura non garantiscano una stabilità politica, vista la presenza di milizie armate nell’area.

Gli investimenti che l’UE porterà in quest’area probabilmente aumenteranno esponenzialmente non solo le capacità estrattive e le abilità tecniche, ma anche le dinamiche di guerriglia e le rotte del commercio illegale, visto lo sviluppo iperbolico del comparto del tecnologico avvenuto negli ultimi anni.

 

 

Ancora una volta sembrerebbe che le risorse africane facciano così tanta gola ai Paesi più sviluppati, e che il sangue e la miseria che avvolgono ampie porzioni di questo continente siano considerate un prezzo relativamente giusto da pagare. Anche perché a pagarlo non siamo mai noi.

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