Next Day: Survival, sopravvivenza nella steppa – 1

Torniamo agli After Action Report; pubblichiamo, quattro anni dopo la sua stesura iniziale, il racconto tratto dalle nostre esperienze in Next Day: Survival.

 

 

Next Day: Survival è stato un gioco sul quale riponevamo parecchie speranze, poi tradite dagli sviluppatori che ne hanno abbandonato lo sviluppo. Il nostro AAR è rimasto nel cassetto per quattro lunghi anni, ma dopo tutto questo tempo abbiamo oggi deciso di pubblicarlo lo stesso, per evitare che almeno la sua atmosfera così particolare finisca definitivamente nell’oblio.

 

 

Non lo so nemmeno io come ci sono arrivato, al campo dei superstiti. Privo di qualsiasi cosa da scambiare e senza soldi, ho dovuto cavarmela da solo fin da subito per trovare qualcosa da mangiare.
Il territorio qui è ostile. È zeppo di animali selvaggi, che riescono a piombarti addosso all’improvviso, e possono uccidere anche un sopravvissuto esperto e ben equipaggiato. Ci sono due gruppi in costante lotta fra loro, e il rischio è quello di finire al centro del loro mirino se non sei un affiliato (e talvolta anche se lo sei). E poi il cibo… è quello che si trova, e non sempre è buono.

Proprio questo fatto mi ha creato non pochi problemi, all’inizio. Nutrirsi di bacche, di frutti e di acqua piovana comporta inevitabilmente problemi di salute, disidratazione, anche la morte. Forzato dalle necessità, stavo per farne le spese, quando fortunatamente sono riuscito a trovare qualche antibatterico e del cibo commestibile, cose abbandonate in una casa dalla quale qualcuno è fuggito in fretta.

 

 

La mia avventura inizia veramente quando scopro che ci sono personaggi di dubbia caratura che gestiscono i campi locali (scopro essercene diversi) e che possono assegnare missioni, spesso rischiose, in cambio di ricompense che possono fare la differenza. La mia prima escursione lontano dal campo mi ha portato in un piccolo centro urbano, pressoché disarmato, alla ricerca di medicinali. È stata un’esperienza terrificante. Sapere di non avere speranze in caso di un incontro ostile e dovermi al tempo stesso infilare in casolari con una sola via di uscita mi ha terrorizzato. In un paio di occasioni mi sono dovuto sdraiare e nascondere alla vista di chi era all’esterno, fino a che non li ho sentiti allontanarsi. A tutt’oggi non so se fossero amici o nemici – ma in questa zona sono tutti potenzialmente nemici, fino a prova contraria.

 

 

Il mio primo scontro a fuoco si è risolto in un’imboscata ai miei danni, mentre rientravo al campo in seguito ad una missione di ricerca. Nonostante le mie accortezze, l’evitare di passare su strade e terreni esposti, un gruppo di Saccheggiatori in attesa di facili prede mi ha avvistato, e mi ha sparato addosso. La fortuna ha voluto che non fossero a distanza ravvicinata, e che la loro mira non fosse troppo buona. Il primo sparo mi ha colpito, ma il secondo mi ha mancato, sebbene di poco. Ferito, ho iniziato a correre senza voltarmi, cercando di zig-zagare e analizzando dove trovare riparo. Intorno a me gli spari continuavano, ed i traccianti mi facevano capire che gli assalitori erano almeno due, se non tre. Sono riuscito a ripararmi dietro una casupola, nascondendomi alla vista. Rapidamente ho tamponato le ferite, e senza pensarci troppo ho ripreso la corsa verso il campo base. Sapevo che erano alle mie calcagna, e si trattava di una scommessa, quella di quale direzione prendere per sottrarmi al loro tiro in avvicinamento. Nel momento in cui sono uscito dal riparo, gli spari hanno ripreso, ma la direzione di fuga era quella giusta. Schivando i colpi in arrivo sono riuscito a raggiungere l’avamposto armato, dove c’è sempre qualcuno di pattuglia pronto a difendere l’accampamento; i Saccheggiatori hanno desistito, permettendomi di salvarmi per il rotto della cuffia.

Scommessa vinta, per fortuna.

Qui la seconda parte del racconto.

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