Storia del nucleare in Italia – prima parte

Il nucleare nel nostro paese ancora non appartiene al passato: senza che ce ne accorgiamo, ancora molti aspetti fanno parte della nostra vita.

 

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Da sempre l’evoluzione dell’uomo è strettamente legata all’uso dell’energia, che ha cercato nei secoli di aumentare sia come disponibilità che come qualità della stessa. Se è vero che inizialmente è stato fondamentalmente un “raccoglitore” di energia, disponendo solo di quella solare nelle sue diverse forme e del fuoco, dopo il 1700 con la rivoluzione industriale e con essa l’esplosione demografica si è cominciato ad utilizzare i combustili fossili, i quali hanno una elevata concentrazione energetica, generatasi però in tempi lunghissimi al punto di non potersi considerare come energia rinnovabile nella scala del tempo.

Il mondo moderno è completamente dipendente dall’energia, e la diminuita disponibilità dei combustili fossili nonché il problema legato all’inquinamento prodotto da tali fonti sta portando l’uomo, fortunatamente, a sviluppare ed utilizzare forme di energia rinnovabili (idrico, eolico e solare). L’idrico soprattutto è stato considerevolmente utilizzato in tutto il mondo per la sua semplicità di realizzazione degli impianti e la relativa sicurezza degli stessi già a partire dalla fine dell’800, arrivando ad oggi dove in Italia l’idroelettrico copre solo il 15% del fabbisogno nazionale dopo aver toccato negli anni passati punte dell’80-90%.

 

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Ma questo articolo non ha la pretesa di trattare la storia dell’energia e dell’utilizzo da parte dell’uomo, ne tantomeno vuole essere un trattato tecnico sull’argomento di cui intendo parlare: la seppur breve ma intensa storia della produzione di energia nucleare in Italia. Su questo importantissimo avvenimento nella storia dell’umanità, che ha caratterizzato in senso positivo quanto in senso negativo l’intero pianeta, pensiamo non solo all’energia ma alle molteplici applicazioni della radioattività in campo medico fino all’utilizzo delle armi nucleari.

A partire dalla metà del secolo scorso con la prima fissione artificiale ottenuta nel 1934 ad opera del nostro Enrico Fermi, molteplici sono stati i risvolti pratici ma anche quelli emotivi che nel nostro paese sono culminati col referendum del 1987, sull’onda emotiva dell’immane tragedia legata all’incidente dell’anno precedente a Chernobyl.
Molti di noi, quelli nati fino agli anni 70, hanno convissuto con questa presenza sempre un po’ preoccupante delle centrali, che almeno fino al 1979 – anno del primo vero incidente al reattore di Three Mile Island – ci sembravano la soluzione di tutti i problemi legati all’energia, energia pulita e sicura.

Di quella centrale il reattore numero uno è rimasto in funzione fino al 2019, ben 45 anni dopo la sua entrata in servizio, gemello del due mai riattivato dopo l’incidente che per essere smantellato completamente (stimato nel 2036) costerà la modica cifra di oltre 800 milioni di dollari.

 

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Il senso di questo articolo è proprio questo: la comune considerazione che vi è ormai in Italia è che il rischio nucleare sia un aspetto ormai superato da decine di anni, e se questo è vero per ciò che riguarda la produzione di energia attraverso centrali di questo tipo è altrettanto falso che questo importante evento che ha caratterizzato un trentennio a cavallo tra l’inizio degli anni 60 e l’inizio degli anni 90 appartenga al passato in tutti i sensi.

Le nostre centrali sono ancora lì, in fase di smantellamento certo, ma tutt’altro che eliminate completamente e con siti che per ancora moltissimi anni resteranno off-limits ai comuni mortali.

Ma torniamo indietro di diversi anni: in Italia, vista appunto la crescente richiesta di energia, la pressochè nulla disponibilità propria di combustibili fossili e la crisi di Suez nel pieno (1956) si decide di realizzare la prima centrale che è quella di Borgo Sabotino in provincia di Latina, realizzata dalla Società S.I.M.E.A. per volontà di Enrico Mattei, imprenditore prima e politico successivamente oltrechè fondatore dell’ENI.
Tra il primo 1° novembre del 1958 ed il 1° dicembre 1981 in Italia ne verranno realizzate 4. Latina è appunto la prima (200MW), seguita da quella del Garigliano a Sessa Aurunca in provincia di Caserta (150MW). Nel 1961 hanno inizio i lavori della Enrico Fermi collocata a Trino in provincia di Vercelli (260MW), fino a quella di Caorso terminata nel 1981 con un impianto considerevolmente più potente dei precedenti, 860MW.

 

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Tutte le centrali italiane sono state monoreattore, con tecnologie molto simili tra loro anche se con differenze nei sistemi di raffreddamento e circolazione dell’energia. Lo stesso vale per il combustile, che è stato inizialmente uranio naturale passando poi a materiale leggermente arricchito: l’Italia in seguito al trattato di pace del 1947 infatti non poteva disporre di impianti per l’arricchimento dell’uranio.

Siamo stati sicuramente dei precursori in Europa per lo sviluppo di questa fonte di energia, basti pensare che la nostra prima centrale (Latina) nel 1963 era la più potente in Europa mentre quella di Caorso nel 1965 era addirittura la più potente al mondo. Questo potrebbe far pensare che in quegli anni disponessimo quindi di una quantità di energia disponibile estremamente rilevante, importante; niente di più errato: la produzione con le prime 3 centrali completate (ad esclusione quindi di Caorso) copriva al massimo intorno al 4% del fabbisogno nazionale.

Nella seconda parte guarderemo con maggiore attenzione alla vita che hanno avuto le centrali in Italia, gli incidenti, il loro stato attuale e quali sono i rischi ancora presenti sul nostro territorio, ma soprattutto se eliminando le stesse dal suolo italiano ci abbia messo realmente al riparo da eventi drammatici quali Chernobyl o Fukushima.