Tre anni di PNRR: successo o fallimento?

La quarta relazione sul Piano approvata dal governo rileva una spesa complessiva al 31 dicembre 2023 di 45,6 miliardi sui 101,93 ricevuti; facciamo il punto.

 


 

L’utilizzo dei fondi europei del PNRR procede a rilento rispetto a quanto previsto. Così a rilento che, fino ad oggi, è stato speso meno della metà del finanziamento di 101,93 miliardi concesso da Bruxelles.

Nel 2023, primo anno del Governo Meloni, sono stati utilizzati solo 21,1 miliardi di euro cui si sommano i 24 miliardi complessivi spesi nel biennio 2021-2022. In aggiunta, di questi 45,6 miliardi investiti dal 2021 ad oggi, buona parte sono riconducibili ai crediti di imposta di Transizione 4.0 e ai bonus edilizi, ed in particolare il Superbonus 110%. Al netto di questi incentivi statali, la spesa effettiva scende ad appena 31,7 miliardi, pari a solo il 31% delle somme finanziate dall’UE. Se si guarda alla relazione del MEF di dicembre 2023, la spesa relativa alla voce “Realizzazione di lavori pubblici”, corrisponde a 10,07 miliardi sugli 80 concessi, ossia il 12,5% del budget complessivo.

Questo spiega perché il 2024 sarà un anno decisivo per valutare l’andamento complessivo del Piano, che prevede il conseguimento di 39 obiettivi associati alla sesta rata, pari a 9,6 miliardi di euro, e di 74 obiettivi connessi alla settima rata, per 19,6 miliardi di euro. La stessa premier Meloni riconosce la necessità di accelerare gli investimenti pubblici per incrementare la spesa, contrastare la bassa crescita e garantire la sostenibilità del debito pubblico. Di contro, il Ministro Fitto parla di numeri sottodimensionati, chiamando in causa gli enti attuatori che non rendiconterebbero a sistema, in tempo reale, gli investimenti già sostenuti; da qui la necessità rafforzare l’obbligo, da parte delle amministrazioni, di aggiornare tempestivamente i dati di spesa garantendo il costante allineamento rispetto all’effettivo stato di attuazione dei singoli interventi.

 

 

A prescindere dalle nuove sfide del Governo Meloni, che cosa è andato storto fino ad oggi in Italia?

Leggendo il rapporto delle Sezioni Riunite di Controllo della Corte dei Conti sullo stato di avanzamento del PNRR, emergono alcune problematiche tra loro connesse. In primis il ritardo con cui è stata presentata alla UE, circa 11 mesi dopo la nascita del governo, la rimodulazione di ben 190 obiettivi del Piano sui 527 previsti; a questo si deve aggiungere anche la proposta italiana del RepowerEU, pari a circa 15 miliardi di spesa, che ha subito rallentamenti ed è, ad oggi, in fase di approvazione da parte della Commissione. Tradotto, i progetti di transizione energetica finanziati dal PNRR sono  ancora in attesa di partire.
Infine, ma non meno importante, l’inadeguatezza della macchina italiana prevista dal governo per gestire le risorse del Piano: le strutture e gli enti attuatori nazionali, destinatari degli investimenti, si stanno rivelando totalmente impreparati a ricevere grandi iniezioni di denaro in così poco tempo, da spendere in 3 anni. La mancanza di personale, le competenze scarse, la resistenza al cambiamento sono problematiche da sempre tristemente note all’interno delle Pubbliche Amministrazioni, e il PNRR le ha solo riportato sotto i riflettori. Mancano i tecnici ed offrire posti di lavoro a tempo non funziona, soprattutto per le imprese, che per soli tre anni di impegno non si assumono spesso il rischio di ampliare il proprio organico.

Anche l’invito da parte del governo ai Comuni a spendere miliardi di euro dopo anni di restrizioni contrasta con l’”educazione” tipicamente italiana, impartita dai tempi di Tangentopoli, a spendere con parsimonia. Infine, la natura dei progetti: la transizione energetica, lo sviluppo di una rete infrastrutturale a ricarica elettrica e, soprattutto, l’implementazione del biometano rischiano di incentivare l’impiego di una fonte energetica più cara e di creare costi strutturali che potrebbero ridurre la crescita del Pil. Così come la produzione di treni verdi che, senza la certezza circa la presenza sul territorio nazionale di imprese capaci di farsene carico, rischia di creare una dipendenza da fornitori esteri.

Sicuramente, il tentativo veicolato dal PNRR rimane per l’Italia necessario e valido. C’è un disperato bisogno di investimenti per rilanciare l’economia dopo la pandemia con progetti di digitalizzazione, rivoluzione verde, riqualificazione energetica, salute e assistenza. Tuttavia, questi investimenti, per essere proficui, dovrebbero essere scaglionati nel tempo. Tempo necessario a sviluppare internamente una struttura in grado di amministrarli, senza ricorrere, per la loro amministrazione e sfruttamento, a collaborazioni esterne improvvisate che possano minarne l’efficienza, incentivando l’esternalizzazione di una parte della produzione a discapito di quella nazionale e esponendo il paese a potenziali dipendenze di carattere commerciale.

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