Energie fossili, controllo del territorio e cambio di tavolo negoziale: il Venezuela segue l’invasione in Ucraina e anticipa quella di Taiwan?

Che l’interesse statunitense sul Venezuela non fosse solo legato al traffico di droga diretta negli USA era evidente (e proprio su questo stavamo preparando un articolo che riportiamo qui in parte): se stroncare il narcotraffico è importante per bloccare la decadenza della gioventù a stelle e strisce, ancora di più è ristabilire i rapporti di forza in un ambito geopolitico mondiale in rapido mutamento.
Come ci sono ragioni valide e sensate da parte della Russia nel voler riespandere la propria area di influenza attorno ai propri confini (è sul come farlo che condividiamo critiche e condanne), lo stesso vale per gli USA, che dopo l’amministrazione Bush Jr. ha perso progressivamente peso politico internazionale fino allo smacco subito nell’abbandono dell’Afghanistan durante la presidenza Biden. L’immobilismo politico dei democratici ha permesso a Russia ma soprattutto Cina di ampliare le loro mire su territori ricchi di materie prime, strategici per posizione o che dispongono di popolazioni numerose; oggi Trump tenta di rimettere gli USA al centro di un dialogo politico tra superpotenze che da qualche anno hanno abbandonato i tavoli negoziali per trasfersi sul campo di battaglia.

La rimozione coatta di Maduro ha molteplici conseguenze locali.
Intanto, aver decapitato il governo venezuelano non significa che la partita sia chiusa: bisogna capire se, oltre alle intransigenti dichiarazioni di facciata, l’establishment venezuelano, neo-comunista e vicino a Cina e Russia, abbia intenzione di fare diversi passi indietro e accettare di collaborare con gli USA. Per gli Stati Uniti non è più accettabile un Venezuela fuori dalla sua area di influenza; troppo importanti sono i suoi enormi giacimenti di petrolio, 303 miliardi di barili di scarsa qualità che saranno vitali nel momento in cui il petrolio più raffinato inizierà a scarseggiare. Ma il Venezuela è anche ricco di coltan e di altri minerali rari per i quali le tre superpotenze sono in lotta da tempo in Africa, dove gli USA sono stati già estromessi, e in Ucraina, dove la Russia abbina un discorso di allargamento della zona cuscinetto intorno ai propri confini all’assicurarsi materiali strategici di cui non dispone direttamente. Ovvio quindi che gli Stati Uniti vogliano assicurarsi il controllo del Venezuela, ma il rischio è che se non dovesse riuscire a controllare il nuovo governo, un coinvolgimento diretto per via militare si renderà necessario, andando potenzialmente a ricreare una situazione simile a quanto visto in Afghanistan e legittimando le invasioni armate verso nazioni sovrane. E proprio quest’ultimo punto allarga la visione su di un sistema di equilibri mondiali in rapida evoluzione dal 2022.
L’esplicito intervento statunitense in Venezuela sembra essere figlia di un accordo sottobanco con la Russia, che guarda caso è in questi giorni silente in merito alla fulminea azione atta a decapitare il governo venezuelano. È assai probabile che, all’interno dei dialoghi di pace sull’Ucraina, USA e Russia si siano spartite nuovamente i territori del globo seguendo le stesse logiche che hanno governato la guerra fredda: via libera americana alla Russia per l’Ucraina, nessun ostacolo russo al controllo USA su Venezuela e sul sud America in generale. E la variabile cinese?

La Cina, alleata-rivale della Russia che ha scalzato Mosca dal controllo della maggior parte delle Nazioni africane con disponiblilità di materiali rari, sta andando incontro a difficoltà socio-economiche non indifferenti. Il Paese del dragone è affamato di energie fossili, avendo puntato a rifornire l’occidente di prodotti legati ad energie rinnovabili ma tralasciando il mercato interno per via dei costi di produzione, sicuramente non competitivi per la popolazione locale. Col migliorato tenore di vita in Cina e la diffusione di elettrodomestici su ampia scala, nel 2025 la Cina ha consumato circa il 35% dell’elettricità prodotta al mondo basandosi al 70% su centrali a carbone, appoggiandosi per la rimanente produzione principalmente sul petrolio (di importazione venezuelana) e solo in piccola parte su centrali nucleari ed energie fossili. Come il Venezuela fosse critico per la sua ottica di sussistenza è immediatamente evidente, e come Trump voglia tagliare le gambe al dragone, vero nemico di questo inizio di secolo, è altrettanto palese.
Pur ipotizzando che la Cina rimanga alla finestra in sud America per non rischiare un’escalation militare in uno scacchiere per lei di difficile gestione, l’intromissione statunitense in Venezuela rischia però di innescare la tanto paventata invasione cinese a Taiwan. L’isola dei nazionalisti cinesi, rifugiatisi sull’isola resa una fortezza dopo la presa di potere dei comunisti in Cina, non potrà resistere ad uno sbarco in forze da parte delle armate di Xi Jinping; non è quindi un caso la strategia Trumpiana di riportare in patria la produzione di componentistica ad alto valore digitale (RAM, CPU e schede elettroniche), affrancandosi dalla dipendenza di un isola che alla lunga può risultare più un problema che un valore aggiunto.
Le richieste di annessione, controllo diretto o indiretto su Groenlandia, Panama, Canada e Messico formulate da Trump da ormai un anno sono il chiaro indice di come il mondo si stia trasformando molto velocemente in un campo di battaglia con tre soli giocatori: USA, Russia e Cina, che hanno improvvisamente accantonato le fragili regole del diritto internazionale utilizzando quelle del braccio di ferro. Ed in questo scenario, l’Europa ed ancor di più l’Unione Europea sono destinate ad un ruolo di spettatore passivo, spaccate all’interno da ideologie suicide e meccanismi politici farraginosi che rendono impossibile il dinamismo e la risolutezza necessaria in questi tempi odierni.









