Parthenope: la recensione

Sorrentino presenta il suo nuovo lungometraggio, che però non convince: contorto, fin troppo sperimentale e piatto.

 

 

Parthenope è un viaggio lungo la vita di una ragazza, interpretata da Celeste Dalla Porta, che inizia nel 1950 con la sua nascita fino ai giorni nostri; si tratta di un viaggio caratterizzato dalla passione per la libertà, dalla importante presenza della città di Napoli, dalla ricerca dell’amore e di tutti i suoi imprevedibili volti. Tappa importante di questo viaggio sarà la perfetta estate che la protagonista vive a Capri con il fratello e l’amico, innocente e spensierata come solo la giovinezza sa essere; tappa che segnerà un forte impatto negli avvenimenti che accadranno nel prosieguo della pellicola.

 

 

In questo suo ultimo film Sorrentino non racconta la vita di una ragazza, ma la osserva. Ciò che caratterizza questo film infatti è lo sguardo: sono molte le occasioni in cui Parthenope fissa la camera da presa come ad invitarci a osservarla; non a caso nel film viene definita: “una ragazza nata per essere guardata”.
La fotografia in questo film sembra aver lo scopo di rendere lo spettatore un’osservatore privilegiato della vita di Parthenope; e questo nonostante i salti temporali, la fotografia e l’aspetto fisico dei personaggi rimangano quasi sempre gli stessi per tutta la durata del film. Il fatto che l’aspetto fisico dei personaggi non cambi al passar del tempo toglie però alla storia complessità temporale, rendendola così piatta, lineare. Paradossalmente questa sensazione di linearità temporale e la conseguente mancanza di punti di riferimento contribuisce a spaesare lo spettatore; sembra quasi che il regista non voglia in nessun modo far immedesimare lo spettattore in ciò che sta guardando.

Come per, La Grande Bellezza, in Pathenope Sorrentino racconta la bellezza di una città. Al posto della disolutezza che troviamo nella Roma raccontata dal regista nel film vincitore dell’Oscar 2014 come miglior film internazionale, in Parthenope troviamo una stropicciata e contraddittoria Napoli. Si passa dalla bellissima e graziosa Capri al disagio e alla povertà dei quartieri spagnoli, dai riti camorristici al miracolo del sangue di San Gennaro, dalla festa di pensionamento per la carriera universitaria della protagonista alla festa per lo scudetto della squadra di calcio. Facendoci osservare la vita di Parthenope, Sorrentino ci racconta anche le diverse sfaccettature di una città tanto bella e ricca quanto scioccante e disperatamente povera.

 

 

 

L’importanza dello sguardo è messa in evidenza dal regista nell’ultimo dialogo che Parthenope ha con il suo mentore, il professor Marotta (Silvio Orlando). Alla domanda:” Cos’è l’antropologia?” lui risponde: “L’antropologia è vedere”. Quando lei commenta la risposta dicendo:” Vedere, era così semplice”, lui continua dicendo che vedere è la cosa più complicata perché è ciò che si impara per ultimo, solo quando manca tutto il resto si impara a vedere.

E’ vero che Sorrentino ci ha abituato a film dalla non facile lettura, ma questo film mi sembra un pò troppo caotico, sconclusionato ed a tratti insensato per pensare che dietro ci sia un’idea che non si riesce nè a capire nè ad intravedere. Solitamente la regia di Sorrentino esalta ed impreziosisce l’idea alla base del film; questa volta però le scelte registiche evidenziano la fragilità e la banalità dell’idea alla base del film. Sempre che ci sia un’idea.

 

Parthenope, 2024
Voto: 5
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