Il mercato unico europeo e le sfide chiave per la crescita del vecchio continente

Il report sul futuro del mercato unico atteso al Consiglio europeo il prossimo 17 aprile: quali i temi caldi che minano la competitività dell’Unione?

 

 

Enrico Letta è stato incaricato dal Consiglio dell’UE di redigere un report in merito al futuro del mercato unico e ai suoi possibili scenari di sviluppo, report da presentare al Consiglio europeo il prossimo 17 aprile; l’intento è quello di individuare i fattori rilevanti per la crescita del vecchio continente. Il mercato unico nasce nel 1993 con l’obiettivo di legittimare la libertà di circolazione per le merci, i servizi, le persone e i capitali ad esclusione di tre grandi settori: la finanza, l’energia e le telecomunicazioni, ed è proprio da questi tre fattori che è necessario partire per comprendere al meglio la grande sfida della competitività europea.

In primo luogo, parlando di telecomunicazioni, la recente cessione di Vodafone Italia a Swisscom-Fastweb porterebbe alla nascita di un nuovo operatore telefonico con sette miliardi di ricavi e oltre ottomila dipendenti; ma la cessione da parte di Vodafone della sua controllata italiana ad un operatore esterno all’Unione Europea potrebbe minare fortemente le aspirazioni di crescita del vecchio continente. Finora, infatti, l’elevato livello di concorrenza nel settore delle telecomunicazioni ha consentito al consumatore europeo di pagare tariffe meno care rispetto all’utente americano. L’ingresso, più o meno recente, sul mercato di operatori come Iliad, a seguito della cessione di frequenze imposta dall’Antitrust europeo, ha incrementato i risparmi degli utenti a discapito della redditività degli operatori stessi. Di contro, un mercato così frammentato rende difficile attuare un piano di investimenti massicci nel settore, necessari, ad esempio, allo sviluppo della rete 5G con il risultato (inevitabile) che, ad oggi, l’Europa non è ancora in grado di competere, per dimensioni, con i grandi colossi statunitensi e cinesi.
In secondo luogo, la mancanza di un mercato unico dei capitali e di una Borsa europea, aggravato da quattro anni di Brexit, ha relegato gli istituti bancari del vecchio continente ad un ruolo marginale in tema di finanza internazionale, in particolare rispetto alle decisioni di investimento nei nuovi settori e mercati emergenti quali quello digitale o energetico, limitando quindi anche le prospettive di crescita dell’UE. Basti pensare che le dimensioni dei principali indici americani sono quasi il triplo rispetto alla somma dei volumi delle singole banche europee, il che le rende meno stabili e più esposte ad eventuali crisi mondiali, così come è stato per la crisi del gas legata alla guerra in Ucraina.

 

 

Quale sarà allora la proposta di Enrico Letta? La dipendenza energetica e la concorrenza americana e cinese costituiranno indubbiamente elemento di discussione. È possibile che la proposta principale sia quella di estendere la libertà di circolazione prevista dal mercato unico ai tre settori fondamentali appena citati. Questo però rischierebbe di mettere in discussione gli storici equilibri interni all’UE; il nucleare quale fonte di energia alternativa fondamentale nel processo di transizione energetica, ad esempio, è da sempre monopolio francese. Ma anche i Paesi più piccoli dell’Unione potrebbero temere di perdere la propria autonomia energetica, sinonimo di indipendenza nazionale: basti pensare al Belgio, legato all’eolico, o all’Austria legata ancora (tanto) al gas russo. Guardando agli ultimi vent’anni, gli investimenti europei in energia pulita sono inferiori rispetto alle aspettative. L’esigenza è quella di trovare un equilibrio tra politiche commerciali di supporto alla transizione energetica che non compromettano però le produzioni nazionali e l’indipendenza di alcuni paesi in termini energetici investendo, al contempo, in programmi di investimento sui nuovi settori green. Infine, un altro spunto di riflessione potrebbe essere relativo all’indipendenza europea legata al settore della difesa, storicamente in mano alla NATO e, di conseguenza, agli Stati Uniti. Analizzando il valore degli investimenti americani in armamenti e simili, questo è pari a circa il triplo di quello dell’UE. L’Europa avrebbe bisogno di un sistema per l’acquisto centralizzato di beni e servizi necessari, nonché di incrementare il ruolo stesso dell’Agenzia Europea di Difesa (EDA).

In sostanza, molti sono gli spunti di riflessione che potrebbero emergere il 17 aprile. Indubbiamente, è necessario incrementare i volumi di investimento nei settori appena analizzati: stando agli ultimi bilanci dell’Unione sembrerebbero infatti non mancare le risorse economico-finanziarie necessarie. Quello che manca sembrerebbe essere piuttosto una chiara direttiva politica supportata da strumenti istituzionali adeguati.

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