La strage di Venzone

La drammatica vicenda che ha portato alla morte di quattro alpini nel lontano 1998. Uno dei tanti casi di cronaca nera che si verificano nel nostro paese e che per via di insabbiamenti e silenzi omertosi non vedrà mai giustizia.

 

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La sera del 9 giugno 1998, nove alpini della Julia trascorrono la libera uscita nel paese vicino quando, al ritorno alla caserma “Manlio Ferruglio” di Venzone, Udine, una delle due auto impatta frontalmente con un autocarro lasciando uccise cinque persone.
Sembra una storia sentita mille volte: ragazzi nel pieno della gioventù che, magari dopo qualche birra di troppo, non riescono ad evitare il peggio. Invece nulla di tutto ciò, e a distanza di oltre venti anni non si è ancora fatta giustizia o quanto meno chiarezza sull’accaduto.

 

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 Vita di camerata di Garro e il suo cappello presente all’adunata dell’Ass. Naz. Alpini del ’99

 

Le stranezze si denotano sin da subito: i genitori delle vittime si recano in caserma il 10 Giugno per l’identificazione dei corpi, come viene detto loro di fare, ma una volta sul posto ciò gli viene invece impedito categoricamente. Dopo abbracci e strette di mano vengono invitati a dimenticare la disgraziata sorte; un invito che viene ripetuto in ogni circostanza, in particolare paradossalmente proprio dal cappellano del battaglione durante i funerali svoltisi in caserma e riservati ai soli militari. I genitori, presentatisi nuovamente in caserma per la cerimonia vengono infatti tenuti fuori e, alcuni, portati addirittura via. A questa situazione così strana e dolorosa si aggiunge la beffa, in quanto il trasporto delle salme viene affidato ad un noto pregiudicato del luogo che neanche avrebbe dovuto partecipare alla gara di appalto, e le bare vengono portate al cimitero di Chiaravalle su dei carri merci.
Seppur anomalo, il comportamento dei militari nei confronti dei parenti delle vittime lascerebbe intendere solo una mancanza estrema di tatto e nulla più, ma già solo da queste situazioni i genitori dell’alpino Roberto Garro, Angelo e Anna, incominciano la loro indagine che li porterà a scoprire i lati più oscuri della vicenda ed a scatenare una vera battaglia. Cos’è quindi che non quadra del caso?

 

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I nove alpini si recano al bar del paese vicino, dove consumerebbero delle bibite analcoliche, ma dopo appena un paio di ore sono già di ritorno, ben in anticipo rispetto a quanto era loro permesso. Appare strano sin da subito alla madre di Garro che, appena cinque minuti prima dell’incidente, si sente con lui telefonicamente chiedendogli appunto il perché di questa fretta di tornare e lui, serio, risponde che le avrebbe spiegato tutto dopo.
Sulla via del ritorno un autocarro guidato da un serbo impatta con l’auto, uccidendo i quattro alpini sul colpo, e sbandando sfonda addirittura la casa di un’anziana che muore anche lei per lo spavento.
Inspiegabilmente gli altri cinque alpini nell’altra vettura assisterebbero alla vicenda dallo specchietto, ma non si fermano a prestare soccorso e tranquillamente se ne tornano in caserma.
All’arrivo della Polizia il serbo viene trattenuto e rilasciato nella notte stessa – di lui si perderanno le tracce per sempre – e la motrice del camion viene rilasciata dopo appena nove giorni. Perché questa fretta? Forse perché elementi scomodi dell’inchiesta visto che sia dalle foto della Polizia che dal verbale risulta che l’auto non riporti affatto i segni di un incidente stradale, bensì quelli di un’esplosione?! Tanto che della vettura non resta che il blocco motore e il pianale e i suoi pezzi sono sparsi fino a duecento metri di distanza! Con queste evidenze e cinque morti non viene aperta nessuna indagine e non si procede con nessuna perizia!

 

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Il poco che resta dell’auto dei quattro alpini. La foto non lascia dubbi in merito all’esplosione.

 

Inspiegabilmente ai corpi delle vittime non viene eseguita l’autopsia o più generici esami come quelli per verificare l’assunzione di alcool da parte del guidatore o di tracce di materiale esplodente. Si viene a sapere in seguito, da parte di un addetto dell’obitorio di Ospedaletto presente quella notte, che un ufficiale alpino supervisionò gli esami e fece terminare il tutto in fretta e furia senza alcuna ragione.
Inoltre gli altri cinque alpini, seppur dichiarati testimoni oculari – per quanto fosse loro impossibile assistere all’incidente dato che si sarebbero trovati più avanti e oltre una curva – non vengono mai interrogati e, gli stessi insieme ad altri alpini che avrebbero pur avuto qualcosa da dire, vengono, guarda caso, trasferiti in altre caserme poco dopo. Tutte le volte che i genitori di Garro hanno potuto fare domande ai suoi amici di camerata si rispondeva di non averlo mai conosciuto o di non averlo nemmeno mai visto in caserma (seppur ritratti insieme abbracciati in foto come in certi casi). Chiaramente in caserma qualcuno deve aver intimato di non parlare e a dimostrazione di ciò un amico di Garro, raggiunto dopo anni, confessa di aver tanto da dire ma che ciò non gli è possibile.

 

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 I genitori di Roberto Garro, Anna e Angelo. Gli unici che da sempre hanno portato avanti la lotta per la verità.

 

I genitori di Garro da allora lottano per la verità: incontrano politici di ogni partito, quattro Presidenti della Repubblica, Presidenti del Consiglio e della Camera, Ministri di ogni genere, personaggi dello spettacolo. Costituiscono anche un comitato che raccoglie 17.000 firme e l’appoggio di vari partiti, in particolare della Lega Nord. L’8 Marzo del 2000, dopo aver incontrato l’allora Presidente della Camera Violante, vengono raggiunti da un alto ufficiale che li conduce al Ministero della Difesa. Sequestrati per ore in una stanza chiusa a chiave, vengono interrogati da ufficiali della Caserma Ferruglio per intimidirli. Ciò però non li ferma e dopo due anni di proteste, nel 2000, riescono ad ottenere finalmente il permesso di riesumare la salma del figlio per poterne finalmente accertare l’identità, nonostante le richieste venissero sistematicamente indirizzate allo stesso magistrato che le archiviava tutte all’istante. La salma fortunatamente era corretta seppur oltraggiata in quanto buttata nella bara nuda, scomposta, coi vestiti ammucchiati addosso nonché lasciata sporca di sangue e di fango. Un punto per loro dolorosissimo.
Comunque, per quanto tutti si adoperino per aiutare la famiglia, ogni mozione parlamentare, ogni ricorso giudiziario e perfino le promesse dei Presidenti si concludono in un nulla di fatto. C’è sempre qualcuno che ferma tutto. Si dice perfino che negli ambienti del Ministero della Difesa giri la voce “nulla deve fuoriuscire a riguardo”.

 

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 Angelo e Anna sempre in prima linea

 

Ma perché quindi gli insabbiamenti, le minacce e tutto il resto? I quattro avevano visto o sentito qualcosa che non dovevano? Sono stati ammazzati al posto di qualcun altro? Il sospetto più plausibile è che ai nove alpini – anzi forse dovremmo dire dodici in quanto vi sarebbe perfino una terza macchina con a bordo tre ufficiali ancora ignoti che non si è mai menzionata nei documenti – fosse stato ordinato loro dai “nonni” di contrabbandare degli esplosivi e qualcosa sia andato storto. Ciò sarebbe altamente plausibile in quanto all’epoca della strage si era nel pieno della guerra nei Balcani e la caserma Ferruglio era tra le più attive: continuamente partivano da lì alpini per il Cossovo, e ne avvenivano di tutte lì dentro tanto che gli alti ufficiali del tempo vennero condannati in seguito per via di una rete di armi e droga che gestivano. Questa teoria spiegherebbe molte cose, ma resta ignoto il motivo per cui anche l’intervento nella questione di Ministri e Presidenti risulti in un nulla di fatto. Perché tutte le archiviazioni, il ricorso al “segreto di stato” e al “riservato”? C’è tutt’ora il volere anche nelle sfere più alte di nascondere tutto e la teoria sembrerebbe quindi troppo “piccola”.

 

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Davide Cervia, rapito e presumibilmente ucciso da agenti stranieri sotto l’avallo degli stessi servizi italiani.
Un’altra delle tante nostre vittime militari in tempo di pace su cui non si farà mai giustizia per via del segreto di stato.

 

I genitori di Garro, nonostante gli sforzi e le sofferenze patite, non sono riusciti ad ottenere la verità. I partiti che prima li avevano appoggiati sono scomparsi, così come tutti quelli che li avevano aiutati negli anni passati. Ora sono anziani, hanno investito tutti i loro averi, sono soli, le forze non son più le stesse e dopo averle provate tutte non sanno più cos’altro fare.
Almeno noi teniamo vivo il ricordo di quella strage e la memoria di quei ragazzi; e se sapete dite, se potete fate, interessatevene, ma non a favore di quella morbosa e perversa curiosità senza scopo a cui ci spingono i media nei confronti dei più tristi casi di cronaca, ma per amore di giustizia e di verità, affinché il paese in cui viviamo finalmente cambi. Quel paese che è da ottant’anni il paese delle stragi impunite e dei morti ammazzati, dove ci si riempie la bocca di paroloni inutili e retorici nei confronti della mafia e dell’omertà quando Roma ne è il covo per eccellenza. Basta!

 

A ricordo degli alpini

Mirco Bergonzini
Andrea Cordoni
Roberto Garro 
Giovanni Lombardo