Massimo Filippini: una vita per Cefalonia

Alla scomparsa dello storico Massimo Filippini ripercorriamo gli eventi che coinvolsero i martiri della divisione Acqui nei drammatici giorni di Cefalonia.

 

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È scomparso Massimo Attilio Filippini (1936-2020); avvocato, ex-colonnello dell’aeronautica e storico, è noto per essersi dedicato alla ricerca sui fatti di Cefalonia, un episodio che lo riguardava personalmente essendo il figlio del maggiore Federico Filippini, fucilato dai tedeschi nei giorni che seguirono gli scontri.
Nel corso degli studi comprese ben presto che la vicenda è stata tristemente mistificata e propagandata per scopi ideologici; nel suo tentativo di ripristinare la verità storica si è dovuto sempre battere tenacemente trovandosi ostacolato da un certo mondo accademico e militare.
Ripercorriamo insieme gli eventi che coinvolsero i martiri della divisione Acqui.

 

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Ufficiali nei pressi della Caserma Mussolini – Soldati in posa – Una veduta aerea di Argostoli 

 

L’8 Settembre ’43 sorprende milioni di italiani in armi, molti dei quali al di fuori dei confini nazionali. In particolare, molti si trovano se non a stretto contatto con l’alleato tedesco, addirittura alle sue stesse dipendenze, come nel caso delle divisioni italiane nell’Egeo facenti parte dell’11esima armata germanica.
Appena giunta la notizia dell’armistizio il comando tedesco invia due telegrammi in cui si chiede la cessione di tutte le armi pesanti. Il messaggio giunge anche alla divisione Acqui, stanziata sulle isole greche di Cefalonia e Corfù, due punti nevralgici. La notizia coglie alla sprovvista i comandi, indecisi sul da farsi e privi di ordini dal governo badogliano.
Il generale della Acqui, Gandin, consulta quindi i suoi comandanti ed unanimamente constatano l’impossibilità di rispondere con le armi; accetta quindi le condizioni tedesche di cedere le artiglierie, che consistono tra l’altro di prede belliche della campagna francese fornite agli italiani dai tedeschi stessi.
L’intento degli ufficiali era quello di mantenere il più a lungo possibile lo status-quo in attesa che si sbloccasse la situazione.

 

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Soldati italiani durante durante gli scontri

 

Nel frattempo la situazione incomincia a diventare instabile. Se dapprima la notizia dell’armistizio era stata accolta dalla truppa positivamente, convinti che da lì a poco sarebbero stati rimpatriati, si abbatte sull’isola la realtà che la guerra è ben lontana dalla fine e il fronte si è solo invertito.
Due dei comandanti delle tre batterie, Pampaloni e Apollonio, incominciano una loro propaganda alla truppa contro i comandanti e la possibile cessione delle armi. L’insubordinazione regna sovrana: non si rispettano più i gradi, si verificano omicidi e si attenta perfino alla vita del generale Gandin, senza successo.
L’insubordinazione culmina il 13 Settembre quando, avvistate le tre motozattere che da abitudine riforniscono le unità tedesche presenti nella città di Argostoli, sempre Pampaloni e Apollonio aprono il fuoco con i loro pezzi provocando 5 morti e 8 feriti, facendo così precipitare le relazioni tra italiani e tedeschi.

 

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Il generale Gandin – La Casetta Rossa, luogo delle fucilazioni

 

I tedeschi accettano pure un dialogo con Gandin, ma le trattative si interrompono ben presto ed in risposta uno stormo di Stuka scaglia il suo carico mortale sulla città di Argostoli.
La divisione è costretta a resistere senza alcuna speranza, ma non per scelta plebiscitaria della truppa, come si è cercato di propagandare, ma per il diretto ordine della Marina; ciò nonostante la contrarietà degli ufficiali ed in primis di Gandin che addirittura prefigurò quel che sarebbe accaduto affermando: “qui ci ammazzano tutti”.
Senza supporto aereo e col rifiuto da parte della Marina del Sud di inviare rinforzi c’è poco da fare. Anche la superiorità numerica viene subito a mancare. Per meglio difendersi gli italiani devono abbandonare diverse postazioni strategiche, il che permette ad altre truppe tedesche di sbarcare indisturbate sull’isola. I combattimenti si protraggono sino al 22 Settembre quando viene dichiarata ormai la resa. Gli scontri costano la vita a 1350 italiani rispetto agli appena 80 tedeschi.

A questo punto la vulgata vuole che nei giorni che seguirono più di 9000 uomini passarono per le armi tedesche, ma le cifre sono ben diverse anche se non per questo meno significative.
Come previsto da Gandin, il 24 Settembre vengono fucilati alla Casetta Rossa 129 ufficiali, Gandin in testa, ed altri sette il giorno seguente, tra cui il maggiore Filippini, questi in risposta ad una fuga dall’ospedale militare.
Non vigendo uno stato di guerra tra la Germania e l’Italia erano tutti considerati come “freischarlers”, franchi tiratori, partigiani. Tutti passabili di fucilazione in pieno accordo coi regolamenti militari internazionali.
La fucilazione inoltre riguarda esclusivamente gli ufficiali. Il resto degli uomini viene fatto prigioniero, ma non di guerra; anche loro, considerati franchi tiratori, non godono quindi di alcuna tutela. Questo stato vale anche per gli altri 800000 soldati fatti prigionieri preventivamente dai tedeschi sui vari teatri bellici alla luce dell’8 Settembre, tutti classificati come “internati militari italiani”. Della Acqui un migliaio di loro non superò la prigionia ed altri 1300 riposano sul fondo del mare: due dei piroscafi che dovevano portarli nei campi affondarono per assurdo sulle stesse mine precedentemente piazzate dagli italiani, mentre un terzo venne avvistato e affondato da aerei alleati.

 

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Il maggiore Federico Filippini e la dichiarazione di morte

 

Sino al 1948 la vicenda rimane in patria un mistero, non si sa di preciso cosa sia accaduto sull’isola finché non viene inviata una commissione militare in loco. Il ten.col. Livio Picozzi stende due relazioni che esplicitano quasi esattamente nei numeri e nei fatti l’esecuzione della vicenda, ma la sua relazione rimane negli archivi fino a che non venne riportata alla luce, insieme ad una vasta documentazione, da Filippini.

 

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Il telegramma inviato l’11 settembre al gen. Gandin

 

Come già detto, nonostante i numeri estremamente più ridotti le responsabilità tedesche non cambiano, ma se ne devono necessariamente aggiungere altre. Infatti bisogna tener conto che nulla di tutto ciò non sarebbe mai accaduto se la dichiarazione di guerra fosse stata tempestiva; invece, pur ben sapendo della sorte a cui andavano incontro i nostri soldati, Badoglio vilmente aspettò il 23 Ottobre, ma per quella data ormai l’operazione di internamento dei militari italiani si era già conclusa.
Bisogna anche rivalutare certe figure, come quelle dei comandati delle batterie, passati addirittura per eroi della resistenza; senza dubbio la vicenda non avrebbe preso la stessa piega se l’incidente delle motozattere si fosse evitato. Si sarebbero evitate migliaia di morti, come le evitarono gli uomini di tutte le altre divisioni dell’Egeo.
Di certo vanno lodati quei poveri giovani che pur morirono eroicamente per la Patria con le armi in mano, mantenendo alto l’onore.

 

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Massimo Filippini (secondo da sinistra) – L’ultimo lavoro di Filippini I caduti di Cefalonia: fine di un mito

 

La vicenda di Cefalonia è stata pesantemente manovrata nel corso del dopoguerra nel tentativo di inserirla forzatamente nel panorama resistenziale, quasi a considerare i martiri della Acqui i predecessori dei movimenti partigiani. Ciò esagerando, quando non inventando, fatti e numeri. È doveroso quindi il ricordo di Filippini, che grazie ai suoi sforzi ha saputo dare voce ai martiri della Aqui riportando la verità, avendo sempre dalla sua la forza dei documenti. Bisogna anche notare che purtroppo tanti studiosi come lui vengono quitidianamente silenziati o avversati per questioni politiche, ma la storia non si può macchiare di ideologie o colori di partito.