Il rogo di Primavalle: un attentato rimasto impunito

Sorpresi nella notte, due ragazzi vengono arsi vivi in casa. Un’azione efferata che apre un nuovo capitolo di sangue degli anni di piombo.

 

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Nella notte tra il 15 e il 16 aprile 1973, tre ombre si proiettano sempre più lontane quando, alle loro spalle, in un appartamento divampa un incendio. Siamo a Primavalle, un quartiere popolare della periferia romana. L’incendio ha luogo nella casa della famiglia Mattei, molto nota nella zona. Mario, il capofamiglia, è un operaio sindacalista, nonché segretario della sezione locale “Giarabub” dell’MSI; l’attentato è rivolto proprio a lui, ma in casa sono in otto: la moglie e i sei figli. Della benzina, infiammata dall’esterno, penetra rapida sotto la porta; le fiamme occupano immediatamente i locali del piccolo appartamento di appena 40 metri quadri. Svegliati di soprassalto, i membri della famiglia scappano tutti; chi lanciandosi dalle finestre e chi attraversando le fiamme. I genitori fanno il possibile e tutti i figli vengono portati all’esterno, eccetto Virgilio, di ventidue anni, anche lui missino, e Stefano, di soli dieci anni.

La vicenda dura pochi minuti, ma già dal circondario ci si accalca in strada ed alle finestre. Virgilio si trattiene in casa per tentare di salvare il fratellino Stefano, ma si trovano in trappola e disperati si affacciano alla finestra che dà sulla strada. Si grida loro di buttarsi, ma Stefano è troppo piccolo e sono al terzo piano. Le fiamme li avvolgono, Virgilio tenta di tenere lontane le fiamme dal fratello finché può mentre dei vicini tirano acqua verso la finestra. Quando i soccorsi arrivano non c’è più nulla da fare. Carbonizzati, rimangono lì fermi come macabre statue. Virgilio alla finestra, con le mani strette alle corde dei panni, e Stefano abbracciato alle gambe del fratello.

 

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 Momenti del 16 aprile 1975

 

Cosa è avvenuto quella notte in via Bernardo da Bibbiena? Chi ha attentato alla vita dei fratelli Mattei? Sul portone del luogo della strage vi è un cartello con su scritto “Mattei e Schiavoncini sono colpiti da giustizia proletaria”. Ma Schiavoncini, altro dirigente locale del MSI, non è ancora stato raggiunto dagli attentatori e viene subito messo sotto protezione.
Le indagini si indirizzano subito su una pista “rossa”. Pertanto, sin dal mattino seguente – in primis su “Lotta Continua” e poi su tutti gli altri giornali di sinistra ed estrema sinistra – si tenta il depistaggio: è noto che il posto di segretario ricoperto da Mario Mattei sia ben desiderato; si spinge quindi sulla pista della faida interna o addirittura si inventa di una bomba costruita dallo stesso Mario ed esplosa accidentalmente.
Per quanto l’opinione pubblica venga confusa, gli inquirenti si trovano a seguire la pista giusta che li porta su tre militanti del gruppo di estrema sinistra Potere Operaio: Achille Lollo, Marino Clavo e Manlio Grillo; per loro il 5 maggio del ‘75 giunge il mandato di cattura.

 

 

 

 

La foto che segue potrebbe offendere la vostra sensibilità,
per onor di cronaca è importante farne testimonianza

 

 

 

 

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 Virgilio Mattei affacciato carbonizzato alla finestra

 

Tranne Lollo, gli indagati sono giovani borghesi che giocano ad una lotta di classe al rovescio, ben lontani da quel mondo proletario che vorrebbero sostenere. Forti delle loro disponibilità economiche e dei loro agganci nelle forze dell’ordine – Manlio Grillo è addirittura parente del Generale dalla Chiesa – fuggono guidati dal Soccorso Rosso Militante che li conduce in Sud America.
Come se non bastasse, la miglior intellighenzia di quel loro mondo sinistro non perde attimo, ed è unita per difendere a spada tratta la loro innocenza; tra questi spiccano in particolare personaggi come Franca Rame, Dario Fo e Alberto Moravia.
Achille Lollo, l’unico vero proletario fra loro, è il solo dei tre indagati a rimanere nelle mani della giustizia, ma per poco: nel processo di primo grado del 1975 è giudicato per strage e rischia l’ergastolo, ma è assolto per insufficienza di prove.
Nel 1984, in seguito al processo di secondo grado, i tre sono condannati in appello a 18 anni di galera, ma ora perfino Lollo è latitante: durante i tempi del processo gode di una libertà momentanea, e fugge in occasione di una festa in una villa romana. Lollo, coadiuvato anche lui dalla rete rossa di aiuto, raggiunge prima l’Angola, dove si rifà una nuova vita sposandosi e avendo quattro figli, poi si trasferisce a Rio de Janeiro dove lavora come giornalista locale ed anche per la stessa RAI in maniera indiretta. Nel 1992, Lollo è costretto a rivolgersi alle forze di polizia per trovare il figlio scappato di casa. Gli agenti, accortisi del mandato di cattura internazionale nei suoi confronti, avvisano la polizia italiana che tenta l’estradizione senza successo, finché per lui e per gli altri la pena non cade in prescrizione nel 2005, essendo stati giudicati non per il reato più opportuno, ovvero per strage (su cui la prescrizione non sussiste) ma per incendio doloso e omidicio colposo.

 

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 Achille Lollo in tribunale

 

Negli anni che seguono, i vari personaggi che presero parte all’azione di Primavalle rilasciano delle rivelazioni sui fatti, approfittando della libertà; tra questi lo stesso Achille Lollo in un’occasione televisiva con tanto di collegamento con Manlio Grillo a Porta a Porta. Lollo si rivolta contro gli altri complici minacciando di aprire i suoi archivi ed in seguito confessa pubblicamente: secondo la sua versione, non era loro intenzione bruciare l’appartamento; stavano piazzando una tanica che sarebbe esplosa davanti la porta, quando l’innesco gli si è rotto tra le mani e ha infiammato la benzina, ed a quel punto sarebbero corsi via. Non spiega come la stessa si sia rovesciata dopo sotto la porta. Nonostante le lacune, la sua versione potrebbe corrispondere a realtà se si considera che la stessa notte sarebbero dovute essere due le case missine da colpire, ma così non fu… forse perché accortisi della tragedia se la diedero a gambe lasciando il lavoro a metà.
Inoltre dalle dichiarazioni di Lollo si ha finalmente certezza riguardo gli altri complici dell’azione, tra l’altro legati al mondo intellettuale di sinistra: Paolo Gaeta, Elisabetta Lecco e Diana Perrone.

 

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Stefano e Virgilio Mattei

 

Dopo quasi quarant’anni di depistaggi e campagne innocentiste i colpevoli della strage sono ormai indifendibili, perfino da quella sinistra. Alla luce dei nuovi dati la famiglia Mattei tenta una nuova azione legale che si conclude però in un nulla di fatto. Ad oggi i sei colpevoli della strage restano impuniti.
Su richiesta di Anna, la madre dei ragazzi uccisi, i figli Gianpaolo e Lucia fondano l’Associazione “Fratelli Mattei” (poi divisa in due distinte associazioni) per mantenere viva la memoria di Stefano, Virgilio e delle altre vittime degli anni di piombo.
Nel 2007, Walter Veltroni, allora sindaco di Roma, offre uno spazio all’associazione che per più di dieci anni ha ospitato un archivio e una mostra permanente sugli anni di piombo. Il luogo viene frequentato da scolaresche che si possono così approcciare allo studio di un periodo storico così controverso senza essere deviati da opinioni di natura politica o ideologica. Questo finché, il 7 novembre 2018, sotto l’amministrazione Raggi, l’Associazione “Fratelli Mattei” non viene sfrattata: dal momento che i sindaci non si sono mai preoccupati di legalizzare l’accordo per la gestione dello spazio, le spese di gestione sono divenute ingestibili da parte dell’associazione, al punto da portare allo sfratto. Ad oggi la situazione non è cambiata.

 

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 Corteo funebre dei fratelli Mattei. Al centro il presidente del Movimento Sociale Italiano, Giorgio Almirante, il suo supporto alla famiglia per tutti gli anni a venire sarà fondamentale.

 

La vicenda di Primavalle comprende tutti quegli elementi caratteristici delle vicende terroristiche di quegli anni: il futile motivo politico, la crudeltà estrema, le vittime innocenti, la latitanza dei colpevoli. Inoltre il caso ha il triste primato di essere il primo atto non stragistico con finalità omicide degli anni di piombo, aprendo la lunga scia di sangue che segnerà gli anni a seguire.
Teniamo viva la memoria di Stefano e Virgilio, non solo per ricordare due vittime innocenti di un’azione efferata, ma per ricordarci in primo luogo a quale degenerazione possa condurre la violenza politica.