A distanza di dodici anni dal primo attacco, l’aeroporto romano è nuovamente teatro di un assalto di terroristi filo-palestinesi; il bilancio sarà molto pesante.

In Italia, il Natale del 1985 si attende con impazienza. Gli anni di piombo fanno ancora sentire il loro peso, e due gravi eventi hanno sconvolto l’opinione pubblica: a settembre un palestinese ha lanciato due bombe a mano fra i tavolini dei bar di via Veneto, a Roma, causando 39 feriti gravi; e a ottobre un commando palestinese ha sequestrato la nave da crociera Achille Lauro, uccidendo a sangue freddo e poi gettando in mare un disabile in sedia a rotelle, l’americano di religione ebraica Leon Klinghoffer.
Già ad aprile i filo-palestinesi avevano usato il suolo italiano per le loro rivendicazioni: ad aprile un terrorista aveva sparato un colpo di bazooka contro la cancelleria dell’ambasciata di Giordania a Roma; a luglio una bomba esplode nella zona della consegna bagagli a Fiumicino, con rivendicazione palestinese; e a settembre un arabo fà esplodere un ordigno davanti alla sede romana della British Airways, causando un morto e 30 feriti.

Non che nel resto del mondo le cose vadano meglio: a giugno il volo TWA847 viene dirottato tra Atene e Roma da due terroristi arabi affiliati ad Hezbollah, che uccidono un passeggero statunitense e dopo una lunga trattativa ottengono sottotraccia, prima della liberazione degli ostaggi, il rilascio di circa 700 arabi detenuti in Israele. A settembre tre israeliani vengono uccisi a sangue freddo nel porto cipriota di Larnaca da terroristi palestinesi. A ottobre a Ras Burqa, una località balneare nel Sinai, un soldato egiziano apre di punto in bianco il fuoco su un gruppo di turisti israeliani, 3 adulti e 4 bambini; l’unica sopravvissuta, Tali Griffel, all’epoca di 5 anni, racconterà insieme ai testimoni oculari che gli altri soldati egiziani proibirono ai soccorritori, minacciandoli con le armi, di avvicinarsi ai feriti causandone la morte per dissanguamento.
La speranza è quella di passare almeno un fine anno tranquillo. Purtroppo non sarà così.

Il 27 dicembre l’aeroporto di Fiumicino, a Roma, è affollatissimo. Oltre ad essere gremito di turisti che hanno festeggiato il Natale in Italia o che sono appena arrivati per festeggiare il capodanno visitando il Belpaese, sono numerosissimi i viaggiatori che a Fiumicino fanno scalo; l’aeroporto romano è infatti all’epoca uno dei principali aeroporti europei, al pari dello scalo londinese di Heathrow e di Parigi De Gaulle. Per gli italiani, poi, il volo all’estero sta inziando ad essere un evento raro ma economicamente avvicinabile; il benessere economico degli anni ’80 sta mostrando i suoi frutti.
Alle 8.15, un gruppo di arabi si fa strada attraverso la folla, in direzione dei banchi del check-in. Arrivati in prossimità di quelli della compagnia aerea israeliana El-Al e della statunitense TWA, aprono i loro borsoni; immediatamente lanciano nella folla diverse bombe a mano ed iniziano a sparare con i kalashnikov con cui sono equipaggiati.
Dopo l’attentato palestinese del ’73 le misure di sicurezza sono aumentate, ma non sono abbastanza efficaci da evitare che in pochi secondi venga compiuta una strage; sono infatti gli agenti di sicurezza israeliani a reagire al fuoco, abbattendo tre dei quattro attentatori e neutralizzando l’ultimo, che verrà arrestato dalle autorità italiane.
Sul terreno rimangono 13 cadaveri oltre che 76 feriti, alcuni dei quali porteranno addosso per tutta la vita le menomazioni causate dall’attacco indiscriminato contro i civili inermi.
Parallelamente, a Vienna avviene un attacco similare, che conterà 3 vittime e 44 feriti.

Rispetto all’attentato del 1973, l’azione è più fulminea, violenta e con un obiettivo diverso. Se è vero che il primo attacco a Fiumicino è altrettanto cruento, è perlomeno finalizzato a lanciare delle rivendicazioni e puntando a degli obiettivi concreti da ottenere; l’attentato del 1985 ha invece il solo scopo di portare morte e terrore fra gli israeliani e i cittadini occidentali. A detta dell’unico attentatore sopravvissuto a Fiumicino, peraltro il comandante del nucleo, non c’era aspettativa di restare vivi dopo l’attacco; l’unico scopo era di uccidere più civili possibile e di fare una vera e propria mattanza.

Le rivendicazioni dei gruppi palestinesi sull’attentato di Fiumicino e di Vienna non tardano ad arrivare: sia l’OLP che il gruppo di Abu Nidal mettono la firma sulle stragi.
Queste, come quella del 1973 sempre a Fiumicino e la serie di attentati compiute dai filo-palestinesi nel ventennio ’70-’80, in Italia cadono colpevolmente e volutamente nel dimenticatoio. La responsabilità ricade sia per le pressioni esercitate dal governo italiano, specialmente dal duo Andreotti-Craxi, colpevoli di perseguire una politica fin troppo equilibrista nello scacchiere del Mediterraneo, sottovalutando il pericolo palestinese e puntando soprattutto a tutelare gli interessi economici allacciati col mondo petrolifero arabo, sia per la tolleranza di una sinistra complessivamente connivente, ieri come oggi, con quei movimenti arabi che non hanno mai interrotto la loro azione barbara e violenta nei confronti degli innocenti; una sinistra che ancora oggi antepone le sue ideologie antistoriche al bene comune della società occidentale in cui vive.









