Le proteste in Iran: i capri espiatori del governo di Teheran

40 giorni dopo l’uccisione di “Jina” l’Iran è ancora una polveriera; il governo del Paese però non cerca mediazioni, ma capri espiatori.

 

 

Le strade di Teheran, di Shiraz e delle altre grandi cittadine iraniane sono attraversate da un vento di protesta e risentimento che sferza violentemente contro il governo dell’Ayatollah Ali Khamenei, accusato dai suoi cittadini di reprimere violentemente l’agognato desiderio di libertà e progresso in una società che fino agli anni ’80 è stata paradossalmente la più progredita dell’area per modernizzazione e condizioni sociali.

La repressione del popolo iraniano è il simbolo di ciò che l’Ayatollah (nomenclatura attribuita ai massimi esponenti del clero sciita che ha assunto poi una connotazione politica), e i Pasdaran vorrebbero per il proprio Paese: una teocrazia fortemente incentrata sui principi dell’Islam sciita in cui il popolo non deve cercare una condizione migliore, perché la condizione iraniana, benedetta da Dio, è già la condizione moralmente migliore in cui vivere.

Il problema di questa visione dei vertici politici e religiosi iraniani è l’ampio grado di separazione che c’è fra questo modello politico morale e l’effettiva voglia del popolo, e in particolar modo delle donne, di accoglierlo rendendolo la guida attraverso cui muoversi all’interno della propria vita e della propria sfera sociale.

 

 

 

La certezza di trovarsi dalla parte giusta è una percezione concreta della teocrazia iraniana, sicura del suo mandato politico e sociale di origine divina; alla luce di ciò, in questi giorni di tumulto, non si è mai piegata alla volontà popolare, ascoltandola alla ricerca di un compromesso, ma piuttosto ha ricercato altrove le cause di un dissenso. I vertici del governo iraniano hanno infatti attributo la nascita delle proteste ad un manipolo di traditori infedeli alleati, aiutati e sovvenzionati dai tre nemici per antonomasia della Repubblica Islamica: Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita.

Stando alle parole di Khamenei, l’uccisione di Mahsa Amini sarebbe usata da questi paesi solo come un pretesto per indebolire da dentro un Iran in forte crescita, indipendente e lontano dalle logiche politiche ed economiche dell’occidente e dei suoi alleati, sopratutto alla luce dell’accelerazione del programma nucleare iraniano.

Sicuramente la crescita della potenza iraniana, e la sua rete di alleanze attuali e possibili, sono dei dati che impensieriscono, e non poco, gli stati citati in precedenza. Le preoccupazioni nutrite da questi stati, e in particolare dagli Stati Uniti, nei confronti dell’Iran esistono però da decenni, da quando l’Iran non rappresentava ancora una seria minaccia militare.

Che senso avrebbe intervenire ora? Probabilmente nessuno: in virtù di un “fronte” già aperto come quello ucraino, che sta impegnando e di molto la macchina politica occidentale, la destabilizzazione interna dell’Iran, attraverso una rete di infiltrazioni e contatti segreti, per quanto gradita ai nemici di Teheran, potrebbe essere attualmente un rischio privo di benefici.

 

 

 

Lo Stato iraniano e la sua classe politica sembrerebbero non voler ammettere colpe nella gestione della situazione, né tantomeno compiere passi indietro sulla natura morale del proprio governo. La ricerca di un capro espiatorio è sicuramente un esercizio più conveniente dell’autocritica, sopratutto se il risultato di questa autocritica è la revisione dei principi coranici che guidano la nazione; ma è la politica che difende gli interessi della religione o è la religione che viene posta a difesa dello stato?

Probabilmente la seconda, visto che storicamente quasi nessun governo dell’area (e non solo) ha fatto mea culpa ed è tornato sui propri passi impegnandosi nella revisione dei propri metodi e delle proprie finalità alla luce del progresso sociale globale; in questo caso però la religione sembra non bastare più al governo iraniano per difendersi.

 

 

 

Ecco allora che, quando la religione non può più essere usata come uno scudo, l’unico modo per compattare il popolo è quello di infondergli, tramite una distorta ed unidirezionale informazione, la paura di un dominatore straniero ed infedele, intenzionato a soverchiare l’ordine e la cultura della società persiana.

Il popolo iraniano non ha bisogno di spiegazioni, ha bisogno di essere ascoltato.

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