Proteste zero-Covid: è la fine del comunismo cinese?

Nel giro di un mese l’establishment cinese è passato dall’exploit del Congresso del PCC alle proteste zero-Covid che fanno tremare il Governo di Xi Jinping.

 

 

In queste ultime settimane la Repubblica Popolare di Cina è animata da proteste popolari su larga scala: da Guangzhou allo Xinjiang passando per Shanghai, sono milioni i cinesi scesi in piazza contro il Presidente Xi Jinping e le restrizioni covid adottate dal suo Governo. I manifestanti sfilano per le strade esponendo dei fogli bianchi, ormai simboli della protesta e specchio della forte censura presente nel Paese.
Erano anni che la Cina non viveva manifestazioni di tale portata; gli slogan che riecheggiano tra i cittadini sono “non più lockdown, vogliamo la libertà” e “abbasso Xi Jinping e il Partito Comunista Cinese”.

Eppure è passato poco più di un mese dal XX Congresso del Partito Comunista Cinese, conclusosi con la terza nomina consecutiva di Xi Jinping quale Segretario Generale del partito. Un’elezione scontata, figlia della progressiva centralizzazione del potere nelle mani del Presidente; proprio cinque anni fa, nel corso del precedente Congresso, i membri del PCC avevano votato per inserire il nome del leader direttamente nello statuto. Pochi mesi più tardi la stessa Costituzione era stata modificata per abolire il limite dei due mandati presidenziali, consentendo la rielezione di Xi Jinping.
Una conferma scontata al vertice della segreteria, tramite la quale ci si aspetterebbe una parallela stabilità governativa; nelle ultime settimane però questo schema sembra messa in discussione dai cittadini cinesi.

 

 

Il potere di Xi Jinping sta incontrando un’opposizione inedita e imprevista da parte del popolo. Dalla protesta di piazza Tienanmen del 1989 la Cina ha investito molto in un sistema di mantenimento della stabilità: il weiwn tizhi, un sistema che senza forzature e ideologismi potremmo definire di repressione generalizzata. Dal controllo pervasivo della polizia fino alla censura su internet, negli ultimi 33 anni la Cina ha elaborato il paradigma dello weiwn tizhi secondo le proprie necessità. Seguendo questo schema, con l’avvento del covid, il Governo ha adottato una serie di regole stringenti che in alcuni contesti perdurano, a dispetto di quanto accade nel resto del mondo.
Inizialmente molte mansioni legate alla politica zero-Covid, come misurazione della temperatura e distribuzione di cibo, sono state affidate ai volontari della società civile; poi, con il diffondersi del contagio, le misure di contenimento si sono inasprite e lo Stato ha assunto migliaia di guardie di sicurezza per il controllo della popolazione.

Il lavoro delle guardie di sicurezza è stato più volte oggetto di critiche per via di alcuni episodi di violenza che ne hanno caratterizzato l’operato; esempi di sequestro in casa e di obbligo di quarantena anche alla luce di tamponi covid negativi sono alcuni esempi di queste violenze. Tra i fatti più eclatanti, che hanno scosso l’opinione pubblica, c’è la morte in un incendio degli abitanti di un condominio nella città di Urumqi, ai quali è stato impedito di scappare per via delle restrizioni covid. L’imposizione di ulteriori limiti alla libera circolazione in un momento in cui il resto del mondo sta tornando ad aprirsi completamente ha fatto esplodere la protesta nella Repubblica Popolare. Il successo cinese nel contenimento della pandemia si è presto trasformato in un boomerang sociale.

 

 

Oggi le proteste non sono legate solo alla politica zero-Covid, ma si sono allargate in una contestazione dello stesso sistema di stabilità cinese. Il modus operandi dell’ultimo trentennio non sembra più fornire le stesse certezze di un tempo al Governo di Xi il quale, pur godendo di un’ampissima legittimazione ad alto livello, è sempre più delegittimato a livello sociale. Se il tenore di queste proteste non dovesse attenuarsi, l’unica soluzione in capo all’esecutivo sembrerebbe essere un ampio utilizzo di misure coercitive. Il PCC ha dimostrato di credere con fermezza alla propria strategia zero-covid e, anche di fronte alle resistenze interne ha continuato con determinazione a seguire la propria linea. Questa scelta sembrerebbe iniziare ad erodere il potere del Presidente Xi Jinping che, all’alba del suo terzo mandato alla guida del Partito, potrebbe presto vedere il tramonto del suo potere presidenziale.

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