Battletech: la nascita dei mech

Il mondo di Battletech è un universo in continuo cambiamento. La storia si evolve, e dalla prima saga della Terza Guerra di Successione arriverà prima la Quarta, poi l’invasione dei Clan. Se cambia la storia, i personaggi, ed anche le regole del gioco, una cosa rimane sostanzialmente immutata: la figura della macchina da guerra definitiva, dello strumento di distruzione per eccellenza, il mech.

 

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I mech (originariamente Battlemech) sono enormi droidi, dall’altezza approssimativa di 10-12 metri e dal peso variabile fra le 10 e le 100 tonnellate. Non avendo capacità di intelligenza artificiale avanzata, necessitano di piloti che li governino dall’ interno delle cabine di pilotaggio. Il controllo del veicolo è assicurato da un’interfaccia neurale che analizza gli impulsi elettrici emessi dal cervello del pilota, li elabora e rimanda gli ordini alle varie cabine di controllo del mech.
Tutto questo lavoro avviene nello scheletro interno del mech: una fitta rete di barre in lega ultraleggera che sostiene la corporatura del veicolo. Un po’ come negli esseri viventi, a queste “ossa” è attaccata la muscolatura, fasci di veri e propri nervi che muovono lo scheletro. Attraverso i muscoli passa la cablatura del mech: terminazioni nervose collegate agli attuatori delle articolazioni, totalmente in fibra ottica, consentono l’esecuzione dei comandi impartiti dal pilota.
Sempre all’interno dell’esoscheletro si trovano gli alloggiamenti della componentistica supplementare: dalle armi, che al contrario di quanti molti possano pensare almeno fino all’arrivo dei Clan erano costruite all’interno del mech (ed essendone parte integrante erano difficilmente modificabili), alle munizioni, all’elettronica, ai motori di salto, fino ad arrivare alle impostantissime heat sink, cioè le vasche di raffreddamento: questo sistema, sebbene primitivo, consente attraverso lo scambio di calore di raffreddare le parti del mech più esposte al riscaldamento prodotto dal fuoco delle armi di bordo. Spesso le vasche sono l’ultima cosa ad essere montata sul mech, vista la possibilità di canalizzare il flusso del fluido refrigerante, e quindi si possono trovare nei posti più disparati; si ricorda un progetto frettolosamente abbandonato dopo le ripetute rotture delle vasche poste nella testa del mech accanto alla cabina di pilotaggio: il fluido penetrava all’interno, decretando la fine dell’operatività del mezzo.

Esternamente il mech è rivestito da una spessa corazza, che previene, per quanto possibile, i danni dovuti agli scontri a fuoco. Per forza di cose restano esposti i bocchettoni dei jump jet e la testa, che non può essere corazzata più di tanto.

 

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L’enorme possibilità di spaziare nella scelta di come costruire un mech ha concesso la diversificazione delle varie tattiche di battaglia; a chi preferiva la potenza di fuoco e la corazzatura, si contrapponeva chi faceva della velocità la sua arma principale. Ecco quindi scontri fra masse di piccoli mech, agili e veloci, che riuscivano facilmente ad aggirare formazioni di mech più “pesanti”, i quali però avevano dalla loro la precisione e la forza bruta. La situazione era sempre incerta: nonostante un paio di colpi ben assestati distruggessero la maggior parte dei mech più leggeri, la loro velocità permetteva a questi ultimi di colpire alle spalle i mammuth della guerra, dove erano indifesi e meno corazzati.

L’arrivo dei mech dei Clan porterà una ventata nuova nella progettazione e nell’utilizzo dei mech. La modularità delle armi, non più costruite all’interno ma “appoggiate” esternamente alla corazza incentrerà sul fattore tempo la risoluzione di grossi scontri – forze rapidamente pronte ad affrontare qualsiasi tipo di avversario.

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