Atomic Heart: la recensione

Nonostante i suoi bug e qualche spigolosità, Atomic Heart si rivela un gioco d’azione appassionante e coinvolgente.

 

 

C’è un curioso filo conduttore nei migliori videogiochi provenienti dalla Russia: devono comunque essere scomodi, rozzi e possibilmente sconvenienti. È per esempio il caso di Spintires, il simulatore di “camion nel fango” che ci ha fatto dannare qualche anno fa, ma lo stesso discorso si può applicare ad Atomic Heart.

 




 

Uscito nel 2023 e realizzato da Mundfish, uno studio di sviluppo con sede a Cipro ma fondato e gestito da sviluppatori russi, Atomic Heart è un videogioco atipico, a suo modo innovativo e capace di stupire il giocatore, lasciandolo spesso a bocca aperta.
Il titolo, che ha visto una gestazione durata anni (tanto che ad un certo punto ci si è cominciato a chiedere se avrebbe mai visto la luce), ci trasporta in pieni anni ’50 in una Russia ucronica, dove l’Unione Sovietica ha già vinto la sfida industriale contro gli Stati Uniti e ha sviluppato una tecnologia avveniristica che sforna robot completamente autonomi in grado di assistere l’uomo in ogni sua attività lavorativa. Nei panni di un agente segreto della madrepatria veniamo inviati nell’avanzatissimo e fantascientifico centro di ricerca e sviluppo dove hanno sede gli istituti bioingegneristici che si occupano di questi studi avveniristici poco prima che qualcosa vada terribilmente storto.

 

 

Atomic Heart è un FPS con una importante componente stealth ma dove le parti narrativa e d’avventura ricoprono un ruolo molto importante. Se le fasi di combattimento sono centrali per proseguire nel gioco, un approccio un minimo ragionato è fondamentale per evitare di essere fatti a pezzi dai numerosi robot (e non solo) che popolano il centro di ricerca e gli stabilimenti annessi.

È indubbio che Atomic Heart faccia grande leva su di un aspetto grafico di sicuro impatto, capace da solo di rendere il gioco pressoché unico nel suo genere grazie ad un’ambientazione suggestiva e una resa visiva di altissimo livello. Nonostante Atomic Heart debba molto a BioShock (soprattutto per quanto riguarda la parte legata ai combattimenti e una certa analogia sul terreno delle ucronie), il gioco di Mundfish ha un’anima tutta sua ricca di fascino ed in grado, grazie ad uno stile narrativo peculiare e sempre presente, di accalappiare l’attenzione del giocatore.

 

 

Il mondo creato da Atomic Heart è in grado di colpire, di stupire e di mozzare il fiato; ed è un mondo in cui vene ottimamente incastonata una dinamica di gioco che utilizza, come accennato, elementi stealth e di narrazione a un corpo principale prettamente d’azione e di combattimento. La resa in gioco è ottima, con gli scontri a fuoco o corpo a corpo realizzati in modo molto fluido e coinvolgente (anche se forse talvolta troppo frenetico) e che mantengono alto il tasso di sfida; morire non è così improbabile, nonostante l’aiuto di armi, kit medici ed accessori via via più performanti.

Quello che invece risulta scomoda è l’interfaccia. Spesso non è chiarissimo come utilizzare o recuperare gli oggetti che raccogliamo e che, teoricamente, dovrebbero essere sempre con noi. La stessa confusione si ha nell’utilizzo delle cartucce in grado di fornire alle armi poteri aggiuntivi, ma la cui installazione e funzionamento richiede un pelo di sperimentazione; le informazioni sulle armi sono poi sparse in schermate differenti a seconda se siano equipaggiate o meno, ed anche l’uso della mappa è meno immediato di quanto si potrebbe immaginare.

 

 

Nemmeno i controlli da usare in Atomic Heart sono completamente esenti da critiche, ed avrebbero certamente meritato maggior cura: alcune funzioni sono fastidiosamente legate a determinati tasti, ed anche se è possibile riassociare quasi tutti i comandi, quelli “nascosti” (solitamente legati ai quick time event) obbligano il giocatore a staccarsi dal suo schema naturale per cercare il tasto giusto. Addirittura abbiamo scoperto dei tasti, comunemente utilizzati da chi preferisce i tasti freccia al WASD, che con la sola pressione mostrano a schermo informazioni solitamente richiamabili esclusivamente tramite console di sviluppo.

Curiosa poi l’assenza dello scatto, sostituito dalla schivata che però può essere usata solo con molta parsimonia (e che personalmente non ho trovato molto naturale).

 

 

Atomic Heart è anche pieno di bug e imprecisioni tecniche. Ci è capitato, aggrappandoci sui tubi durante una sezione di salti che richiedeva tempismo e precisione, di rimanere con le mani inchiodante dentro una sporgenza senza possibilità di spostarci in alcuna direzione; e lo stesso è successo in un paio di occasioni durante la discesa di un costone di roccia che nell’ottica degli sviluppatori non andava usato ma, essendo liberamente accessibile, non avrebbe dovuto presentare dei punti ciechi o in cui ci si incastra. In tutti questi casi l’unica soluzione è stata ricaricare dall’ultimo checkpoint disponibile (non è previsto il salvataggio manuale).

Altro punto controverso è legato all’enorme quantità di dialoghi e letture in cui ci imbatteremo; sono quasi tutti elementi opzionali, ma saltarli significa perdersi molto dell’atmosfera e dei retroscena di Atomic Heart. Qui ci sono due facce della stessa medaglia: arricchire il gioco presentando molte informazioni sui retroscena e sui fatti correlati alla trama principale è sicuramente meritevole, ma il problema è che questi pezzi di storia sono veramente tanti, e volerli leggere o ascoltare tutti significa annacquare il tasso di adrenalina del gioco.

 

 

Nonostante queste imperfezioni anche sensibili, l’esperienza di gioco raggiunge livelli molto alti; che si tratti di uno scontro con i robot o dell’esplorazione di un complesso sotterraneo, o ancora di trovare un passaggio in zone all’aria aperta fortemente pattugliate, il connubio tra aspetto e gameplay è sempre azzeccatissimo, ed il gioco funziona bene sia se si cerchi un’approccio stealth che uno più brutale.

C’è una costante ironia di fondo nei dialoghi tra il nostro alter ego ed il suo assistente digitale (molto più… digitale di quel che possa sembrare), cosa che contribuisce a mantenere scanzonato il clima di un gioco che è al tempo stesso vivido, cupo e semi-serio. Venire poi tempestati dalla retorica sovietica, nella quale evidentemente credono e sguazzano gli sviluppatori di Mundfish, è qualcosa di più unico che raro; un approccio diverso rispetto ai soliti canoni e stereotipi forniti dai videogiochi occidentali. Al netto di quel che specialmente in questo periodo storico ognuno di noi possa pensare, la propaganda sovietica proposta in gioco ricalca il clima degli anni ’50 e non risulta mai eccessiva nei toni; anzi contribuisce a formare quell’atmosfera che rende Atomic Heart così speciale.

 

 

Come detto Atomic Heart è un titolo particolare ed innovativo, ma non tutta la farina è del suo sacco; probabilmente è stato influenzato da Il Mondo Dei Robot, film del 1973 che meriterebbe di essere riscoperto, e ci sono evidenti richiami a BioShock come a Dishonored; richiami che i giocatori più navigati possono facilmente notare. Questo non è però un male, visto che Atomic Heart miscela ottimamente alcune caratteristiche di questi giochi, amalgamandole con una storia ed un sistema di gioco ben strutturato e con una trama assolutamente originale.

In conclusione, Atomic Heart è probabilmente un videogioco imprescindibile; al netto delle sue spigolosità e dei bug mai risolti, che purtroppo non possono non impattare sulla valutazione finale, il titolo regala un’esperienza di gioco tra le migliori nel suo genere, ed è in grado di soddisfare sia un pubblico esperto che quello più casuale legato magari alle console o agli sparatutto meno ragionati. I due DLC usciti finora sono sicuramente una buona aggiunta alla storia principale, anche se Trapped In Limbo ha un approccio di gioco differente e può spiazzare il giocatore.

 

Atomic Heart, 2023
Voto: 8.5
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