Elezioni USA e minoranze etniche: ecco dove si gioca la partita elettorale

L’attenzione alle minoranze etniche e di genere e ai gruppi religiosi potrebbe essere decisiva per la vittoria elettorale nella tornata elettorale americana di novembre.

 

 

La società americana è storicamente composta da una moltitudine di minoranze di vario tipo, che siano etniche, di genere o gruppi religiosi. Quando si parla di elezioni, questo moltiplica i fattori chiave in gioco e complica le dinamiche di una campagna elettorale quanto mai cruciale.
L’elettorato statunitense è per la maggior parte composto da bianchi (65%), seguiti da afroamericani (14%), ispanici (15%) e asiatici (6%). La partita elettorale sembrerebbe nelle mani dei bianchi; perché allora tanto interesse verso le minoranze? Negli USA il sistema elettorale è indiretto: il Presidente viene eletto dai Grandi Elettori di ciascuno Stato, nominati a loro volta dai cittadini. Il numero dei Grandi Elettori per Stato dipende dalle dimensioni dello stesso; non vince quindi chi ha la maggioranza dei voti in tutto il Paese ma il più votato dai Grandi Elettori.

Storicamente, ciascuno Stato è allineato coi Democratici o coi Repubblicani; rimangono però fuori sette Stati dove come ogni volta si giocherà la partita più dura: Arizona, Georgia, Michigan, Nevada, North Carolina, Pennsylvania e Wisconsin.
I sondaggi vedono Trump in vantaggio ovunque in questi sette Stati tranne che in Pennsylvania. Il voto degli afroamericani pesa però in Georgia, North Carolina e Michigan; gli ispanici, invece, sono incisivi in Arizona e in Nevada (22%), insieme agli asiatici. È chiaro quindi come, in questo quadro, le minoranze assumano un’importanza cruciale per gli esiti delle elezioni. I temi caldi, cari agli elettori, sono economia, sanità, immigrazione, sicurezza nazionale e diritti umani.

Cosa muove invece i voti delle minoranze etniche?
Sicuramente, l’appoggio di Biden a Israele è costato caro ai Democratici, soprattutto per i voti della comunità araba (circa 4 milioni di persone). Secondo il New York Times, un quarto di afroamericani, ispanici e asiatici si schiera con il governo di Tel Aviv, mentre il 30% circa è vicino alla Palestina. Il 50% delle minoranze finora considerate sostiene Biden rispetto al conflitto in Ucraina e all’invio di nuove armi a Kiev, mentre sul blocco all’immigrazione è favorevole alla politica di Trump il 40% degli afroamericani, ispanici e asiatici.

 

 

Per quanto riguarda l’economia, nonostante il PIL americano 2023 sia cresciuto rispetto al 2022, i rincari inflazionistici degli ultimi anni hanno colpito il potere di acquisto delle famiglie, soprattutto quelle a basso reddito, rispetto a beni di prima necessità e immobili. In sostanza, la maggior parte dei consumatori non riesce a comprare la casa. È vero per tutti? L’incremento del PIL non ha impattato allo stesso modo sui livelli di occupazione e salariali della popolazione, a discapito delle minoranze, in particolare quella afroamericana. E se è vero che il tasso di inflazione è più che triplicato durante l’era Biden rispetto al governo Trump non è difficile intuire da che lato penda la bilancia.

Oltre alle differenze etniche, anche quelle di genere hanno un proprio peso. Negli ultimi 50 anni, le elettrici sono state più degli elettori; da questo punto di vista, i Democratici sembrerebbero avvantaggiati con i 39% di voti femminili ricevuti da Trump nel 2016 contro il 55% di Biden nel 2020. Cosa aspettarsi nel 2024? Difficile da dirsi dopo la sentenza di giugno 2022 con cui la Corte Suprema ha negato alle donne americane il diritto all’aborto, lasciando a ciascuno Stato il diritto di legiferare in materia come ritiene più opportuno. Questo solleva differenze sociali e culturali tra l’indignazione dei Democratici e l’appoggio (non totale) dei Repubblicani. Trump, storicamente contrario all’aborto, prova a restare neutrale, mentre i Democratici spingono per una legge che assicuri il diritto di aborto a livello federale.

Sia il quadro economico che quello sui diritti umani restituiscono l’immagine di un Paese storicamente frammentato ma, soprattutto, tradizionalmente “ostile” alle minoranze. Il concetto del “sogno americano” non è lo stesso per tutti, così come non lo sono le opportunità ed i diritti. Quattro anni di Partito Democratico non riescono e non possono plasmare una cultura antica che invece Trump ha saputo incarnare e cavalcare; le stesse elezioni del 2020 non hanno sancito una vittoria schiacciante quanto, piuttosto, faticosa, così come sono stati faticosi gli ultimi quattro anni, segnati da due conflitti importanti su scala globale e dagli strascichi di una pandemia ancora in corso. Fatica che, forse, un presidente di  82 anni, per quanto capace, non è in grado di sostenere.

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