Elezioni europee: le candidature civetta a Strasburgo

Le recenti elezioni europee riportano alla luce il problema delle “finte” candidature che da anni affligge il nostro paese, compromettendone anche la credibilità in Europa.

 

 

L’8 e il 9 giugno si è votato per l’elezione dei membri del Parlamento europeo che rappresenteranno l’Italia a Strasburgo. Ai cittadini, sulla base della lista presentata da ciascun partito candidatosi alle elezioni, è stata data la possibilità di esprimere le proprie preferenze indicando fino ad un massimo di 3 nomi per lista; secondo quanto previsto dalla legislatura vigente, al Parlamento europeo siederà il candidato che, all’interno della lista di appartenenza, avrà ottenuto il numero maggiore di voti. Di fatto, il più delle volte, gli eletti cedono il posto al meno votato dell’elenco di partito. Sono le cosiddette “candidature civetta”, un triste fenomeno che da anni trae in inganno gli elettori con falsa pubblicità.
Meloni, Schlein, Tajani e Calenda sono solo alcuni nomi di candidati capolista che hanno fatto da civetta ai propri partiti ma che all’europarlamento non siederanno mai, consapevoli già a monte di non voler rinunciare alle proprie cariche nazionali per onorare il mandato elettorale europeo in caso di vittoria.

Si tratta di una triste tradizione tutta italiana in essere da circa 30 anni, e di cui le recenti elezioni 2024 rappresentano solo il fanalino di coda. Degli ultimi 346 europarlamentari italiani inviati dall’Italia a Strasburgo dal 1994 ad oggi, infatti, 66 hanno lasciato l’incarico prima della fine del mandato, resistendo mediamente poco meno di 3 anni. Di questi, la maggioranza appartiene al centrodestra (32), seguiti da vicino dai candidati di centrosinistra (28).

Un esempio? In occasione delle europee del 2019, l’allora ministro degli Interni Matteo Salvini si candidò come capolista per la Lega in tutta Italia, ottenendo, come era chiaro che fosse, il maggior numero di voti per la sua lista. Tuttavia, a Strasburgo al suo posto andò Marco Campomenosi, che di voti ne aveva presi meno di un terzo rispetto a Salvini. Stessa storia per Giorgia Meloni, candidata FdI, che fece spazio al collega Pietro Fiocchi che di voti ne aveva ottenuti un quarto di quelli dell’attuale premier.

Nella maggior parte dei casi, in Italia si lascia il Parlamento europeo prima del tempo per diventare deputati o senatori in occasione di elezioni politiche. È stato il caso, nel 2022, di Berlusconi, Tajani (FI), Fitto (FdI), Calenda (allora PD); Gualtieri (PD) rinunciò in vista della nomina a ministro dell’Economia. Un approccio che stride con quello degli altri Stati membri; siamo infatti in controtendenza rispetto a Francia, Spagna e Germania, dove i candidati vincenti si dimettono da posizioni politiche e governative nazionali per ricoprire cariche di valenza europea. Addirittura, in alcuni Paesi le liste sono bloccate e contengono, al loro interno, l’indicazione delle competenze specifiche di settore di ciascun candidato riconducibili direttamente al programma elettorale proposto dal partito.

 

 

E’ pensabile poter mettere un freno a questa carrellata di voti presi e poi traditi? Per correre ai ripari, nel 2004 furono definiti incompatibili con la carica di europarlamentare, oltre ai membri di governo, governatori e assessori regionali, anche sindaci, presidenti di Provincia, consiglieri regionali, deputati e senatori (legge 90 del 2004); con la conseguenza che, solo in quell’anno, il numero di candidati eletti che lasciò l’europarlamento addirittura aumentò, arrivando a 29. Il tentativo più recente risale invece allo scorso maggio, con la proposta di legge dell’ex premier Conte di estendere l’incompatibilità a deputati, senatori e componenti del governo alla data di pubblicazione del decreto di convocazione dei comizi elettorali.

È rimasta, tuttavia, una mera proposta che lascia pensare che la soluzione più efficace, al momento, sia una legislazione europea ancor più stringente per la definizione di norme comuni a tutti gli Stati membri. Candidarsi alle elezioni europee con la consapevolezza, a prescindere dai risultati, di non potere (o volere?) onorare il mandato elettorale è una “scelta pubblicitaria” che si traduce in una mancanza di rispetto nei confronti degli elettori e in un danno per il nostro paese. Questo meccanismo, oltre ad accrescere la sfiducia dei cittadini, intacca anche la credibilità dell’architettura democratica su cui dovrebbe ergersi il sistema elettorale. Fa anche questo parte delle dinamiche interne alla politica, ma fino a che punto è possibile essere “comprensivi”? È a Bruxelles che si decide il futuro dell’Unione Europea, ed è a Bruxelles che dovrebbero sedere “i migliori” o, quantomeno, quelli che i cittadini reputano tali.
Transizione energetica, politiche di immigrazione, debito pubblico, difesa comune sono temi che richiedono la massima attenzione da parte dei Paesi membri. Sembra invece che, per l’Italia, l’Europa rappresenti una merce di scambio per raccogliere voti e distribuire potere.

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