Gli estremismi insiti in un sistema inflessibilmente bipolare sono un forte contributo alla degenerazione politica e sociale a cui stiamo assistendo.

Il fallito attentato a Trump è l’ennesimo campanello d’allarme che ci dovrebbe far riflettere sull’ingestibile aggressività ormai padrona della politica occidentale, che ha soppiantato da tempo programmi e proposte concrete.
Come la storia ci insegna quel che accade negli Stati Uniti arriva in Italia dopo qualche anno; e questo non può non preoccupare. Già oggi vediamo un’ondata di violenza verbale e di connivenza con azioni violente; il prossimo futuro potrebbe essere devastante.
L’introduzione del sistema maggioritario, da noi avvenuto nel 1994 ad opera di una sinistra che dopo Tangentopoli si era coalizzata con la Lega e puntava a detronizzare la Democrazia Cristiana, ha comportato una sempre maggiore acrimonia tra i due poli contrapposti, sfociando sempre più spesso in veri e propri aggressivi deliri ideologici campati per aria.
Non è un caso: un sistema che vede due soli attori implica l’azzeramento del dialogo, la non volontà di venirsi incontro, la ricerca di uno scontro frontale utile soprattutto a differenziarsi dall’altro. I programmi e le idee sono sparite dalle campagne elettorali; intere fette di votanti non vogliono e non sanno più ascoltare il “diverso”, il concetto altro da sé; in molti sono imbalsamati su posizioni tanto radicali quanto acritiche.
In Italia la violenza in politica non è certo cosa nuova, e non è nemmeno effetto esclusivo del maggioritario; durante gli anni di piombo vigeva infatti il proporzionale, che fu però mezzo per lenire i conflitti sociali.
Negli ultimi anni lo scontro non arriva più solo da movimenti extraparlamentari, ma anche e soprattutto dai maggiori esponenti della sinistra: con frasi piene di fiele e costruite ad arte, con l’invenzione del nemico da abbattere (o uccidere, come suggeriscono gli slogan dei cortei contro Berlusconi e Salvini prima, contro la Meloni e pro-Palestina adesso), la sinistra ha cavalcato una generazione di persone incapaci di fare valutazioni scevre da preconcetti ed ideologie, con il risultato di aver generato un clima di odio e tensione sociale nel Paese; quell’odio che gli stessi vorrebbero attribuire a quella fetta di popolazione che semplicemente non sposa le loro tesi.
Negli Stati Uniti la situazione è ben peggiore, e non a caso figlia di oltre un secolo di maggioritario: l’insanabile frattura degli elettorati democratici e repubblicani, spesso composti da persone tutt’altro che informate o capaci di ascoltare il prossimo, non è avvenuta in breve tempo, ma oggi mostra tutti quei danni che non possono non venire a galla in una situazione peggiore, in piena crisi internazionale e di valori mentre a gestirla vediamo un paradossale nanismo politico a stelle e strisce: che si tratti dell’assalto a Capitol Hill, del quale almeno moralmente Trump non può certo dichiararsi estraneo, all’attentato da lui subito pochi giorni fa, è evidente come la via della contrapposizione generi solo mostri.
L’Italia non è ancora ai livelli statunitensi, ma non sappiamo quando l’irreparabile arriverà anche da noi; o meglio, tornerà, vista la tristissima stagione degli anni di piombo, dove ci si sparava per una bandiera politica e si gambizzavano o uccidevano giornalisti e poliziotti, politici per il solo fatto che avessero idee diverse dagli estremisti.
Oggi, con una fervente radicalizzazione dei temi tanto cari alla sinistra (dall’immigrazione agli sbandierati diritti omosessuali, dal caso israeliano alle leggi sul lavoro che la stessa sinistra ha smantellato), il rischio di una emulazione o semplicemente di un salto di qualità per le strade è concreto. Occorre urgentemente fermare questa macchina distruttrice e obbligare la politica a fornire alla popolazione un modello etico diverso: proporre argomenti concreti con pacatezza e cercare nuovamente il dialogo e la moderazione, come erano in grado di fare addirittura Berlinguer e Almirante; due persone non certo note per i loro caratteri miti.









