Un omicidio nella Francia degli anni Trenta, quattro donne sospettate e una splendida ambientazione: Estate ’36 costruisce un giallo affascinante, ma prevedibile.

La miniserie televisiva franco-belga Estate ’36 prova a conquistare lo spettatore con un giallo ambientato nella splendida Costa Azzurra, immerso nel fermento sociale della Francia degli anni Trenta. L’omicidio al centro della vicenda offre subito un ampio ventaglio di sospettati e possibili moventi; una scelta che purtroppo fin dalla prima puntata rischia di produrre l’effetto opposto a quello desiderato, facendo intuire che proprio nessuno dei personaggi presentati come colpevoli ha davvero a che fare con l’omicidio in questione.
La storia prende il via nell’estate del 1936, quando la Francia attraversa una fase di profondi cambiamenti sociali e le prime ferie pagate permettono anche alla classe operaia di raggiungere le località turistiche della Costa Azzurra. L’atmosfera dell’epoca fa da sfondo alla vicenda dell’Hotel Riviera, dove l’omicidio di un importante procuratore sconvolge gli equilibri tra gli ospiti e il personale della struttura.
A occuparsi delle indagini è un commissario di provincia, Alphonse Raven, costretto a districarsi in una ragnatela decisamente poco invidiabile. Amanti tradite, mariti gelosi, affari loschi, figli segreti, debiti insanabili, amori impossibili e persino poliziotti con secondi fini contribuiscono a creare un elenco di sospetti decisamente corposo. Le possibili piste sono numerose, forse addirittura troppe per poter essere sviluppate tutte con la stessa attenzione.

La prima puntata concentra una quantità considerevole di informazioni sui protagonisti e sui loro possibili moventi. L’abbondanza di indizi dovrebbe aumentare il mistero, ma finisce invece per rendere abbastanza evidente la presenza di una montatura narrativa destinata a sviare l’attenzione dai veri responsabili.
Il primo dei punti di forza della serie è rappresentato dalle quattro protagoniste che occupano il centro della vicenda. Blanche Ackerman, interpretata da Julie de Bona, Eugénie Berthier, affidata a Sofia Essaïdi, Giulia Vincent, interpretata da Nolwenn Leroy, e Léonie Morel, portata sullo schermo da Constance Gay, sono personaggi differenti per estrazione sociale, carattere e vicende personali. Le quattro attrici offrono nel complesso interpretazioni sufficientemente convincenti, riuscendo a dare una discreta profondità alle rispettive figure e a mantenere fino alla conclusione qualche dubbio sulle loro possibili responsabilità.
François-Xavier Demaison, nel ruolo del commissario Alphonse Raven, completa il gruppo principale con una prova che spazia dal serio al divertente, dando credibilità a un investigatore costretto a districarsi in una vicenda sempre più intricata. Il livello del cast, purtroppo, non rimane però sempre all’altezza dei suoi interpreti principali. Alcuni comprimari risultano meno convincenti e alcune comparse mostrano una flessione ancora più evidente.

L’indagine vera e propria, sviluppata dalla seconda puntata in avanti, risulta comunque interessante: il commissario passa progressivamente in rassegna tutti i sospettati presentati all’inizio, facendo emergere nuovi elementi e ribaltando più volte le accuse. Alcune sorprese emergono poi nel corso degli episodi, dando nuova linfa alle indagini e mantenendo viva la curiosità dello spettatore.
La struttura del giallo presenta però un limite piuttosto evidente. Ogni volta che il commissario sembra arrivare alla soluzione, manca quel tassello decisivo necessario per incastrare il sospettato e chiudere il caso. Il meccanismo si ripete tanto da far comprendere rapidamente che l’enorme ragnatela costruita dalla sceneggiatura è purtroppo intenzionalmente destinata a cadere come un castello di carte.
Oltretutto, con un minimo di intuizione il colpevole può essere individuato già intorno alla metà della miniserie; le motivazioni complete vengono invece svelate soltanto a ridosso del finale, permettendo alla storia di arrivare comunque a una conclusione soddisfacente. Il percorso per raggiungerla, tuttavia, avrebbe potuto essere più emozionante e imprevedibile.

Le ambientazioni rappresentano il secondo punto di forza di Estate ’36. La costumistica, gli interni e la ricostruzione degli ambienti riescono a calare efficacemente il giallo nel periodo storico scelto. L’Hotel Riviera diventa così un luogo elegante e affascinante, perfetto per ospitare una vicenda fatta di segreti, tradimenti e interessi nascosti.
Il fermento sociale della Francia del 1936 viene percepito soprattutto nelle prime fasi della storia. La condizione della classe operaia e i cambiamenti introdotti dalle nuove conquiste sociali costituiscono uno spunto interessante, anche se la serie tende progressivamente a lasciare questi elementi sullo sfondo per concentrarsi sull’indagine.
L’ombra della minaccia nazista nei confronti degli ebrei aggiunge invece un elemento storico inaspettato. La tematica viene inserita senza trasformare la miniserie in un dramma politico e, nel complesso, contribuisce ad arricchire il contesto narrativo.

In qualche modo la parte belga della produzione è riuscita a trovare un attore che per fisico può ricordare il ben più famoso Poirot; purtroppo, però, le sue doti deduttive non si sono dimostrate altrettanto all’altezza, trasformando l’indagine in un continuo accusare il primo sospettato che malauguratamente gli passa sotto il naso.
Estate ’36 rimane una miniserie piacevole ma, con meno elementi messi immediatamente sul tavolo, il mistero avrebbe probabilmente avuto maggiore forza e lo spettatore sarebbe potuto arrivare alla fine con qualche dubbio in più.









