Geopolitica di un mondo disordinato: bilanci e pronostici

Il 2023 si chiude con molti interrogativi sul futuro geopolitico del mondo che non sembra più rispondere ad alcune tendenze che si davano per consolidate.

 

 

Nel 1992 il politologo statunitense Francis Fukuyama divenne celebre per il suo saggio La Fine Della Storia E L’ultimo Uomo in cui descriveva la fine del XX secolo come l’apice dell’evoluzione sociale, politica ed economica del mondo. Nella didattica geopolitica ha fatto il proprio ingresso il termine-concetto “fine della storia” che, secondo la tesi storiografica di Fukuyama, prevedeva un periodo di stabilità perpetua scaturito dalla fine della Guerra Fredda, dal dominio americano sul mondo e dall’affermarsi della democrazia liberale come modello di Stato. La tesi del politologo dell’Università di Chicago fu accolta con entusiasmo da colleghi e politici; ma trent’anni dopo che cosa ne rimane?

Lo stesso Fukuyama ha ritrattato in parte le proprie pubblicazioni, soprattutto all’indomani degli attentati dell’11 settembre 2001 che hanno costretto tutti a prendere atto che l’unipolarità USA non sarebbe stata accettata tout court nel mondo. Se la caduta del muro di Berlino e l’affermazione della democrazia liberale a Mosca avevano fatto credere ad una fine dei grandi conflitti, l’uomo e la storia hanno detto il contrario.

Quest’oggi assistiamo al momento più distante, non solo temporalmente, dalla fine della Guerra Fredda; nei fatti il mondo è cambiato, e sta cambiando, in maniera proporzionale e contraria al dominio americano nel mondo, con la nascita e la recrudescenza di movimenti e Stati che ambiscono alla loro fetta di dominio.

 

 

Fino a due anni fa, prima dell’invasione russa dell’Ucraina, queste tendenze crescevano sotto l’ombra del grande tema geopolitico che vede contrapposti Stati Uniti e Cina, ritenuti gli avversari per eccellenza nella corsa al primato mondiale; una pandemia e qualche guerra dopo le certezze sembrano infrante. L’attenzione riservata dagli analisti, quasi in maniera esclusiva, sulle sorti dell’Indo-Pacifico, del Mar Cinese Meridionale, di Taiwan e sul presunto ed imminente scontro tra Stati Uniti e Cina è stata diluita se non quasi annientata dai grandi avvenimenti geopolitici e sociali degli ultimi anni. Siamo passati da uno studio monografico del mondo ad un periodo di innumerevoli ed eterogenei stimoli.

Il 2023 è stato l’anno per eccellenza di questa metamorfosi geopolitica in cui il primato americano ha perso ulteriore terreno lasciando il posto ad un mondo confusionario. Gli Stati Uniti hanno perso potere e presa in molte parti del globo, non aiutati di certo dalla propria politica interna; la divisione sempre più netta all’interno del Congresso sugli aiuti all’Ucraina è l’esempio più lampante di quanta incertezza ci sia su come agire verso l’esterno.
Il grande nemico USA, la Cina, non sembra però aver approfittato di questa confusione per stringere la cinghia sui propri obiettivi. Pechino sembra portarsi ancora dietro la zavorra della pandemia mentre l’influenza regionale costruita nell’ultimo decennio sembra sgretolarsi sempre di più; il ritiro italiano dalla Nuova Via della Seta è solo un riflesso europeo di un fenomeno che vede venire meno il favore cinese anche nel resto del mondo, seppur con tempi e modalità differenti.

I giganti frenano e le nuove potenze non hanno la forza per imporsi in maniera determinante; lo scacchiere geopolitico che questo anno ci lascia assomiglia sempre di più ad un Risiko in cui l’equilibrio è sovrano. Il grande blocco delle democrazie liberali non c’è più, diviso su tutto e litigioso su quali attori appoggiare; le potenze mediorientali crescono ma senza influire in maniera determinante sulle scelte di politica estera occidentali mentre ad Oriente si fa fatica a capire chi siano i propri alleati.

 

 

Questo è il mondo multipolare in cui il potere è condiviso tra vari Stati e organizzazioni non statali, tutti in gioco per ampliare la propria fetta di dominio. La guerra in Palestina tra Hamas e Israele ha dato l’ultimo scossone a questa tendenza e dimostrato ancora una volta le difficoltà del mondo nel trovare un posizione comune e condivisa.
Se le istituzioni che ci siamo dati per dirimere i problemi globali, vedi ad esempio il Consiglio di Sicurezza ONU, hanno perso valore e vivono in un perenne stallo mentre l’economia è stagnante e i grandi gruppi appaiono sempre di più ostili agli occhi dei cittadini, confusione e disunità sono facilmente pronosticabili per l’anno a venire.

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