Le terre rare al centro della geopolitica africana

L’Africa e i suoi minerali preziosi sono al centro di una lotta geopolitica che ha ripercussioni sia interne al continente che globali.

 

 

Mentre l’attualità sta dimostrando che lo scontro tra grandi potenze si sta ponendo sempre di più su un piano ideologico e culturale, il continente africano rimane un esempio di terreno di scontro di tipo economico. L’Africa è un territorio ancora altamente appetibile in quanto ricco di terre rare, cioè luoghi in cui c’è abbondanza di alcuni minerali metallici appartenenti alla famiglia dei lantanidi. Le terre rare sono importanti per una serie di applicazioni industriali e tecnologiche, come motori elettrici per veicoli ibridi ed elettrici, lampade fluorescenti, schermi a cristalli liquidi, batterie ricaricabili e catalizzatori. Sebbene il termine terre rare suggerisca che non siano comuni, queste sostanze si trovano in diverse parti del mondo, ma la loro estrazione e purificazione può essere complessa e costosa.

Questi preziosi metalli sono presenti in abbondanza in Stati come Sudafrica, Burundi, Malawi, Madagascar, Kenya, Namibia, Mozambico, Tasmania e Zambia ma l’industria mineraria africana, ancora legata in gran parte a modelli economici rurali, non riesce a sfruttare il potenziale di questo tesoro sotterraneo. In questo contesto si inseriscono le grandi potenze globali, impegnate in una sfida neocolonialista del terzo millennio.

La Cina è stata la potenza più precoce ad accorgersi del grande potenziale africano riuscendo ad instaurare i primi accordi strategici in tema di terre rare; questo primato ha permesso a Pechino di diventare leader mondiale in termini di lavorazione e produzione di questi minerali fondamentali. Il vantaggio cinese ha suscitato preoccupazioni a Washington D.C., preoccupata soprattutto di possibili interruzioni nella catena di approvvigionamento dovute al predominio del mercato orientale; ciò ha portato recentemente gli USA a concludere accordi con Malawi e Burundi per l’importazione di metalli rari negli Stati Uniti.
L’Unione Europea ad oggi è rimasta più che altro a guardare, stringendo pochissimi accordi strategici e affidando i propri piani a futuri accordi ancora da definire; più attive di Bruxelles si sono dimostrate Australia e Giappone con attività pluridecennali già attive nel continente africano.

In un contesto in cui le grandi potenze si sfidano ad accaparrarsi i diritti dell’estrazione dei minerali, la strategia degli Stati africani stenta ad emanciparsi dai propri modelli tradizionali che fanno riferimento in primo luogo al modello “pit-to-port”, dal pozzo al porto; questo paradigma prevede che le attività africane si limitino all’estrazione e al trasporto presso il porto più vicino per esportare i minerali che verranno lavorati altrove. I minerali quindi creano plusvalore lontano dall’Africa, in Paesi che si sono accaparrati i diritti sulle catene di approvvigionamento e che riescono ad investire nelle industrie di lavorazione.

Gli Stati dell’Africa meridionale, quelli più ricchi di terre rare, stanno manifestando sempre più l’intenzione di intervenire nel mercato minerario investendo in infrastrutture di lavorazione e nel settore di ricerca e sviluppo; i piani africani mal si coniugano però con le strategie americane e cinesi che oltre a godere già degli impianti di lavorazione, hanno il grande vantaggio di avere in casa le conoscenze industriali richieste.

 

 

Le ambizioni africane dovranno necessariamente far affidamento su una strategia di equilibrio in cui lo sfruttamento delle proprie risorse dovrà fare i conti con le catene di approvvigionamento finanziate esternamente, i cui proventi sono necessari per investire nel settore della lavorazione.
In ambito internazionale la grande sfida che si presenta è ancora quella tra Stati Uniti e Cina, con Pechino che occupa una posizione dominante nella produzione e nella raffinazione dei minerali. Lo svantaggio statunitense potrebbe in questo caso giovare gli Stati africani, che potrebbero trovare in Washington un alleato decisivo intenzionato ad aiutare questi Paesi a svincolarsi, almeno in parte, dal monopolio cinese. Sarà quindi proprio l’equilibrio africano, necessario per bilanciare necessità e opportunità, a poter aprire nuove porte per il continente oltre che giocare un ruolo determinante nella sfida Cina-USA.

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