Tragedie dimenticate: il naufragio del piroscafo Oria

Il 12 febbraio del 1944, il piroscafo Oria affonda al largo delle coste greche. Perdono la vita più di 4000 prigionieri italiani che avevano voltato le spalle alla nascente R.S.I. e ai tedeschi.

 

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L’armistizio dell’8 settembre 1943 rappresenta per l’Italia l’inizio di una rinascita e di un lento riscatto davanti agli occhi del mondo. Partendo dalla Sicilia, gli Alleati risalgono a fatica la penisola, specie dopo l’arrivo e l’occupazione tedesca che dedica e mobilita tante forze nel tentativo di rallentarne l’avanzata. Nelle regioni centrali e settentrionali di questa Italia divenuta terra di scontri ha inizio una vera e propria guerra civile, tra chi decide di continuare a seguire Mussolini e i suoi repubblichini e chi invece decide di opporsi, spesso in maniera armata.

L’8 settembre porta tanta confusione anche tra i reparti del Regio Esercito. L’immediatezza e l’imprevedibilità della decisione di firmare la resa incondizionata lascia senza direttive e senza precisi ordini le forze armate impegnate in compiti di occupazione all’estero, molte delle quali nelle isole greche. I tedeschi si muovono rapidamente, dando inizio a operazioni militari che hanno lo scopo di disarmare rapidamente gli italiani del Dodecaneso e scongiurare sbarchi alleati in supporto. I reparti italiani, seppur più numerosi rispetto a quelli tedeschi, non possono che opporre una breve resistenza prima di abbandonare le armi: 1.500 cadono in battaglia mentre circa 45.000 tra soldati e ufficiali vengono fatti prigionieri.

 

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Finita la campagna del Dodecaneso, nella quale sono inseriti i tristi fatti di Cefalonia, le truppe tedesche organizzano la deportazione dei prigionieri con destinazione finale i campi di lavoro sparsi per il Reich. Il primo passo è spostare i tanti uomini dal campo di Rodi alla Grecia continentale e per far ciò vengono impiegate per lo più delle navi commerciali datate e sicuramente non adatte al trasporto passeggeri. E’ l’inizio di un lungo calvario che culmina con 15.000 vite inghiottite dal mare nel giro di poche settimane. Quasi un quarto di queste, sono legate al tragico naufragio del piroscafo Oria.

 

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Costruito nel 1920 nei cantieri Osbourne, Graham & Co di Sunderland ma battente bandiera norvegese, il piroscafo adibito al trasporto di carbone viene requisito dai tedeschi dopo l’occupazione della Norvegia nel 1940, insieme a ciò che rimane della marina norvegese. Scelto tra le navi che devono svuotare il Dodecaneso dagli incomodi prigionieri, arriva a Rodi dove viene riempito fino all’inverosimile. L’11 febbraio 1944 salpa con a bordo 3885 soldati, 118 sottufficiali, e 43 ufficiali, più 90 tedeschi con funzioni di guardia e l’equipaggio capitanato da Bearne Rasmussen, che, date le condizioni del tempo per niente favorevoli, tenta più volte di ritardarne la partenza, senza successo. A protezione della nave ci sono le torpediniere TA16, TA17 e TA19. Destinazione finale è il Pireo, porto di Atene.

 

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Il mare è mosso, e le paure di Rasmussen si trasformano velocemente nel peggiore degli incubi per un capitano. Colto dalla tempesta, l’Oria si incaglia nei bassi fondali della vicina isola di Patroklos e affonda nei pressi di Capo Sounion a pochi chilometri da Atene. I soccorsi, ostacolati anch’essi dalle cattive condizioni del tempo, tardano ad arrivare e quando riescono a giungere sul posto rimane ben poco da salvare: solo 37 tra gli italiani si salvano, insieme a 6 tedeschi, qualche membro dell’equipaggio e Rasmussen. La popolazione locale riesce a seppellire in delle fosse comuni poco più di 200 corpi, affiorati dalle acque nei giorni successivi. Con la fine della guerra i resti verranno traslati nel Sacrario dei caduti d’Oltremare di Bari.

 

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Dieci anni dopo, il relitto dell’Oria viene smembrato per recuperarne il materiale ferroso, e solamente nel 1999, grazie alla tenacia del sommozzatore greco Zervoudis che si impegna in una serie di spedizioni subacquee, la storia del piroscafo inizia a venire a galla. I famigliari dei dispersi si attivano in congiunta con le autorità italiane e greche e le vicende dell’Oria si fanno sempre più conosciute e dettagliate. Nel 2014 viene inaugurato un piccolo monumento sull’isola di Patroklos, in memoria delle tante vittime.

Il sito del disastro, pur essendo formalmente protetto dalle leggi dello stato greco, negli ultimi anni ha attirato tanti turisti e sedicenti appassionati che hanno sottratto dai fondali oggetti personali e resti umani appartenenti a coloro che giacciono lì da più di 75 anni.

 

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Il catastrofico naufragio del piroscafo Oria rimane ad oggi il più grave disastro marittimo avvenuto nelle acque del Mediterraneo.