Ostfront 1942: una nuova offensiva

I tedeschi sono stati respinti davanti alle porte di Mosca e attendono la primavera per rilanciare l’offensiva che dovrebbe piegare una volta per tutte l’Unione Sovietica.

 


Il 1941 si chiude in una maniera quasi del tutto inaspettata per i reparti tedeschi impegnati contro le forze sovietiche. Non solo gli obiettivi principali dell’Operazione Barbarossa non sono stati raggiunti, ma dopo ormai sei logoranti mesi di battaglie, l’Armata Rossa è ancora in grado di lanciare un’imponente controffensiva che libera il settore di Mosca e respinge l’invasore di molti chilometri. Il gruppo d’armate Nord, tuttavia, continua a stringere d’assedio Leningrado con la speranza di prendere la città per fame, prima di attaccarla frontalmente e dissanguarsi in una battaglia casa per casa. Anche nel settore Sud la controffensiva non sortisce gli effetti sperati nonostante il grande numero di uomini e mezzi impegnati. Tutto sommato il fronte dei tedeschi e dei loro alleati tiene, pur dovendosi convertire a un assetto difensivo per la prima volta dal giugno 1941.

Contenuta ed esaurita la spinta dell’Armata Rossa, i comandi della Wehrmacht, e Hitler stesso, iniziano a stilare un nuovo piano per la successiva offensiva e rapidamente si arriva a uno scontro sulle strategie da adottare: da una parte si insiste sull’importanza di rinforzare il gruppo d’armate Centro e continuare a spingere in direzione Mosca; dall’altra si propone proprio di evitare un attacco frontale su questa direttrice in quanto il nemico è numeroso e si aspetta l’attacco. Rimane fuori discussione un attacco generale lungo tutto il fronte perché la situazione sul terreno è drasticamente cambiata rispetto all’inizio di Barbarossa. In circa nove mesi di combattimenti sono stati uccisi circa 200.000 soldati mentre altri 800.000 sono stati feriti o fatti prigionieri, ovvero quasi un terzo delle truppe presenti sul fronte. Oltre a nuove truppe, bisogna fornire alle divisioni tutti i mezzi andati perduti nel grande slancio verso est, dalle batterie d’artiglieria ai carrarmati e il relativo carburante. Per la prima volta dal fatidico settembre 1939 i vertici tedeschi avvertono l’inizio del dissanguamento della Germania in termini di risorse.

Viene perciò deciso che l’offensiva principale si concentrerà nel settore Sud del fronte con l’obiettivo di dilagare dapprima nelle pianure dell’Ucraina orientale e poi concentrarsi verso la zona del Caucaso con i suoi preziosissimi pozzi petroliferi. Ai settori Centro e Nord viene affidato il compito di tamponare qualsiasi tentativo sovietico di contrattaccare e alleggerire la zona più a sud. Hitler è convinto che la fine dell’Unione Sovietica sia imminente e che basterà un ultimo colpo ben assestato per buttare giù il gigante marcio. I comandanti delle truppe al fronte, che hanno modo di vedere la realtà sul campo, sanno invece che non è così e che anzi i sovietici imparano in fretta dagli errori dei mesi precedenti.

 

 

Il gruppo d’Armate Sud si compone di sei armate tedesche affidate al feldmaresciallo Von Bock, più cinque armate alleate (italiane, rumene e ungheresi) con compiti di contenimento e difesa dei fianchi tedeschi mentre la Luftwaffe schiera più di 1800 aerei. È una forza imponente tenendo conto delle perdite dei mesi precedenti: 1.600.000 soldati e 2.400 panzer si concentrano in un settore relativamente piccolo. Bisogna prendere il Don e raggiungere il Volga a tutti i costi prima di concentrarsi sulle steppe oltre a questi due grandi fiumi e sul Caucaso.

Il 5 aprile 1942 Hitler emana la direttiva n. 41 che stabilisce le fasi operative dell’offensiva che prende il nome in codice di “Blau”. Il 28 giugno, poco più di due mesi dopo, i tedeschi aprono le danze dando il via alla campagna che cambierà le sorti della guerra.

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