Roma contro Veio: la battaglia del Cremera e la tragedia dei Fabii

Dopo la caduta della monarchia, Roma e Veio tornano a scontrarsi lungo il Tevere: una guerra di logoramento, sangue e catastrofi militari.

 

 

Quando i Tarquini furono cacciati da Roma, nessuno tra gli Etruschi pensava che la giovane Repubblica avrebbe retto a lungo. Le città dell’Etruria meridionale, Veio su tutte, vedevano in quel cambio di regime non un rinnovamento, ma una debolezza da sfruttare per espandere nuovamente la propria influenza nel Lazio. Per decenni, la monarchia romana aveva garantito un precario equilibrio di potere lungo il Tevere e ora quel fiume tornava a essere una frontiera ostile, teatro di razzie e violenze che ricordavano i tempi più antichi – ne abbiamo parlato in questo primo articolo.

Veio non aveva infatti mai dimenticato le umiliazioni subite durante l’espansione romana; la caduta della monarchia sembrava dunque offrire l’occasione perfetta per una rivincita. Sostenuta da Tarquinia, Capena e Falerii, la città etrusca riprese a minacciare i territori romani con una strategia sistematica: colpire le vie commerciali verso le saline, devastare i campi, rendere impossibile la vita ai romani. Roma, costretta a mobilitare i cittadini a ogni emergenza perché priva di un esercito permanente, poteva opporre solo resistenze frammentarie. Era una guerra di logoramento, fatta più di vendette e incursioni mirate che di grandi scontri campali.

Nel 482 a.C i Veienti decisero di ampliare l’entità del conflitto e invasero massicciamente i territori a nord del Tevere, costringendo Roma a rispondere con tutte le forze disponibili. Ma la guerra che ne seguì fu estenuante per entrambe le parti: anni di campagne inconcludenti, risorse che si prosciugavano, campi che restavano incolti mentre gli uomini combattevano. Le truppe etrusche arrivarono più volte nei pressi di Roma, dimostrando quanto fosse precaria la situazione della giovane Repubblica.

In questo scenario di instabilità permanente, una delle famiglie più antiche e orgogliose di Roma decise di fare qualcosa di straordinario. I Fabii, stanchi delle esitazioni del Senato e convinti della propria superiorità militare, proposero un’idea senza precedenti: avrebbero condotto la guerra contro Veio a proprie spese, senza gravare sulle casse pubbliche. Era questo un gesto che mescolava patriottismo e ambizione aristocratica, ma rivelava anche una sottile sfiducia verso il resto della nobiltà romana, ritenuta incapace di portare avanti una campagna militare definitiva e conclusiva. Il Senato accettò, forse sollevato di potersi liberare di un peso tanto gravoso.

Trecentosei membri della gens Fabia – questo il numero tramandato da Livio – lasciarono Roma seguiti da un nutrito contingente di servitori e armati (clientes – forse qualche migliaio di armati totali). Marciarono verso nord e costruirono un accampamento fortificato sulle rive del Cremera, il fiume che segnava il confine con il territorio veiente. Da quella base, i Fabii iniziarono una guerra personale fatta di imboscate, incursioni notturne e attacchi rapidi ai convogli nemici.

 

 

 

Per tre anni, dal 479 al 477 a.C la strategia funzionò. I Fabii divennero una spina nel fianco di Veio, celebrati a Roma come eroi che permettevano alla Repubblica di concentrarsi sui problemi interni. Ma quella piccola guerra privata, che sembrava così efficace, nascondeva un pericolo: i Fabii stavano sottovalutando terribilmente il nemico, sicuri di tante vittoriose scorribande ai danni dei vicini nemici e della scarsa resistenza incontrata. I Veienti di contro, preparavano con pazienza la loro trappola. 

Un giorno, fecero apparire nei pressi del Cremera un piccolo gruppo di pastori con il bestiame, facili prede per un’incursione veloce. I Fabii abboccarono e convinti di poter infliggere un altro colpo al nemico, attraversarono il fiume e si lanciarono all’inseguimento del bottino, sparpagliandosi in piccole unità. Esattamente la reazione che gli Etruschi attendevano: dalle alture e dai boschi circostanti uscirono centinaia di guerrieri che chiusero la tenaglia. Intrappolati, i Fabii combatterono disperatamente fino all’ultimo respiro tra le pendici di una vicina altura e le rive del Cremera. Alla fine degli scontri, tutta la gens Fabia era stata massacrata. Le fonti dicono che solo un giovane riuscì a sfuggire al massacro e a portare la terribile notizia a Roma. Era il 477 a.C, e quella data sarebbe rimasta impressa nella memoria collettiva come uno dei giorni più neri della Repubblica. La disfatta del Cremera fu infatti qualcosa di più di una sconfitta militare: per Roma significò la perdita di un’intera famiglia aristocratica, tra le più antiche e prestigiose, ma anche una lezione brutale contro la superbia di chi credeva di poter far diventare una questione privata il conflitto di un popolo intero. I Fabii dunque divennero un simbolo ambivalente, tramandato per secoli.

Sconfitti i Fabii, i Veienti commisero l’errore di credere che quella vittoria avesse spezzato del tutto la resistenza romana e ripresero le incursioni con rinnovata aggressività; ma trovarono una Roma più determinata che mai. Il Senato ricostituì rapidamente l’esercito e, nel giro di pochi anni, costrinse gli Etruschi a negoziare una tregua che sarebbe durata un ventennio. Roma ne approfittò per rafforzare le proprie istituzioni, perfezionare l’organizzazione militare e prepararsi a regolare definitivamente i conti con Veio.

Quando la rivalità riprese, nella seconda metà del V secolo a.C, entrambe le città avevano cambiato volto. Veio rimaneva una potenza ricca e ben fortificata, ma Roma non era più quella Repubblica fragile e disorganizzata di cinquant’anni prima. Le magistrature annuali funzionavano, l’esercito aveva acquisito coesione e soprattutto era maturata la consapevolezza che il conflitto con Veio doveva risolversi una volta per tutte. Il nuovo Casus Belli arrivò nel 438 a.C, quando Fidene – città chiave tra Roma e Veio – si ribellò al controllo romano e passò agli Etruschi. L’assassinio dell’ambasciatore romano Tito Genucio da parte dei Fidenati rese impossibile qualsiasi mediazione; Veio per conto suo sostenne apertamente la ribellione, e la guerra che ne seguì fu più violenta delle precedenti: non più scaramucce di confine, ma campagne sistematiche che coinvolsero eserciti sempre più grandi.

In questa nuova fase del conflitto, Roma cominciò a elaborare una strategia più ambiziosa. Non bastava più respingere gli attacchi o vincere singole battaglie: serviva un piano per eliminare definitivamente la secolare minaccia. Roma, come sappiamo, alla fine vincerà e riuscirà a imporsi su Veio, grazie all’enorme contributo di Marco Furio Camillo, ma prima di allora la Repubblica attraverserà anni di guerra dura, sanguinosa e dagli esiti tutt’altro che certi. Veio continua a battersi con onore,  inconsapevole ancora del triste destino che l’attende.

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