Il tetto a 200000 euro lordi annui sugli sgravi fiscali della manovra fiscale 2026 delegittima parzialmente le affermazioni di supporto al economico al ceto medio.

Come accade sistematicamente fin da prima che entrasse in carica, ogni misura intrapresa dal governo Meloni è oggetto di feroci, ideologiche e quasi sempre sballate critiche da parte dell’opposizione; anche nel caso della manovra fiscale 2026 l’utilizzo strumentale dei numeri è evidente, come la presentazione dei fatti del tutto parziale ed irragionevole.
L’accusa principale è quella ideata dal Ministro Giancarlo Giorgetti sia una “manovrina”, con poca attenzione posta ai salari dei dipendenti pubblici, alla sanità e all’istruzione. Peccato che la sinistra manchi di ricordare, come invece ha fatto puntualmente il Primo Ministro Giorgia Meloni, che se la manovra si basa solo su 18 miliardi di euro è perché 40 miliardi sono ancora impegnati nei rimborsi dei bonus edilizi voluti dal secondo governo Conte, formato in coalizione da Movimento 5 Stelle, Partito Democratico e alleati minori; gli stessi che oggi si lamentano.

Ci sono diverse iniziative indiscutibilmente favorevoli ad alleggerire la pressione fiscale sul ceto medio, ma un punto specifico della manovra 2026 è sicuramente attaccabile: quella di includere in questi sgravi fiscali fasce di reddito che fanno storcere il naso.
L’idea di Giorgia Meloni di cominciare a porre l’attenzione al ceto medio è sicuramente condivisibile e benvenuta, ma il termine “medio” in questo caso sembra abusato. A beneficiare di questi sgravi sono i redditi lordi che arrivano fino a 200000 euro, una cifra che non può essere usata per identificare il ceto medio. Infatti, per quanto si voglia includere in questa fascia sociale persone particolarmente benestanti, probabilmente la soglia non può superare i 1000000 euro; superata questa cifra, si deve parlare magari non di ricchezza ma decisamente di agio economico.
Gli sgravi fiscali previsti dalla manovra 2026 non sono particolarmente impattanti, arrivando ad un massimo di 440 euro teorico per i redditi più alti, ma nascondono un paio di elementi su cui è necessario porre l’attenzione.
Il primo, è che più o meno silenziosamente il governo sta provando a fare un favore economico a chi non ne ha bisogno. Che si tratti di una marchetta (purtroppo nessuna formazione politica ne è esente) o una vera scelta strategica per incentivare i consumi, 300-400 euro all’anno in più in tasca non cambiano praticamente nulla per chi ha, per esempio, un netto di 120000 euro.
Il secondo elemento, legato al primo, è che sembra mancare una vera proporzionalità degli sgravi; visto che l’ultima aliquota IRPEF è del 43% e parte da redditi annui di 50001 euro, e che questi sgravi sono calcolati in modo direttamente proporzionale al reddito, chi ha un netto annuo di 30000-40000 sarà agevolato molto meno di chi ha un netto di 80000-100000 euro. Manca un approccio inversamente proporzionale, che detta che chi guadagna meno deve essere tassato di meno (o agevolato di più); la situazione sarebbe risolvibile con l’introduzione di una quarta fascia e la rimodulazione della terza (le prime due sono del 23% per i redditi fino a 28000 euro e del 35% per i redditi da 28001 a 50000 euro), ma questa soluzione non è stata presa in considerazione.
Il terzo elemento, legato al secondo, è che per i redditi da ceto medio meno elevati questi sgravi sono quasi invisibili. Distribuendo il budget disponibile anche ai redditi più alti, si tolgono fondi per quelli più bassi; e quindi l’impatto e l’effetto per i redditi netti sotto i 50000 euro sono praticamente nulli (nella maggior parte dei casi non si raggiungono i 200 euro all’anno). Rivedendo al ribasso la soglia di attribuzione di questi sgravi si sarebbe potuto dare qualcosa in più (qualcosa: non molto) ai veri esponenti del ceto medio, gli impiegati. Invece così si premiano soprattutto dirigenti e manager, che possono tranquillamente permettersi di pagare 400 euro in più di tasse all’anno.

Se il governo Meloni vuole spostare la sua attenzione verso la classe media, suo vero bacino di voti, deve necessariamente fare meglio almeno su questo fronte, visto che su quello microcriminalità i risultati languono. Sarebbe stato doveroso evitare di dare un contentino ai “miniricchi” in nome di un ceto borghese sempre più impoverito da un’inflazione che ha eroso il suo potere d’acquisto (specialmente per gli alimentari: +25% nel 2022-2025) e da scelte macroeconomiche e sociali imposte da un’Unione Europea a trazione sinistroide, scelte che negli ultimi venti anni hanno reso i suoi Paesi membri sempre meno competitivi sul piano industriale e commerciale, con le ovvie conseguenze sui cittadini.








