Tentare di raccontare la vita di un pilota di Formula Uno potrebbe essere rischioso: lo schianto narrativo è dietro l’angolo.

La miniserie Senna vuole riassumere in sei episodi una delle esistenze più iconiche dello sport internazionale, quel geniaccio brasiliano che guidava in ogni gara come fosse l’ultima e che, come il destino aveva deciso per lui, ad un certo punto l’ultima gara l’affronta davvero. Senna era un soggetto scintillante col sapore di rockstar e col melodramma pronto a piovere sulle teste degli spettatori; bello, ricco e meritatamente famoso, quando Ayrton guida la sua vettura sembrava che ci facesse sesso. Il regista Vicente Amorim deve aver pensato d’aver fatto bingo ma forse i suoi numeri non sono usciti come sperava.
Questo lavoro si divide infatti esattamente a metà, un po’ come la dicotomia degli anni ottanta che vedeva da una parte i Sennani e dall’altra parte i Prostiani. Tutta la parte prettamente automobilistica è ottimamente realizzata: le riprese delle corse sono adrenaliniche e l’idea di abbinarle alle telecronache originali funziona molto. Ci si appassiona fin dalle prime corse di “Beco” (il nomignolo con cui era chiamato Senna) con i kart e, quando arriva il fatidico e tristemente atteso momento della curva morale, il cuore salta in gola. Ma la parte sentimentale della serie è un vero e proprio testa coda su una macchia d’olio.
Premesso che a pochi interessano le vicende personali di Senna, da sempre schivo ai rotocalchi e alle uscite pubbliche, è proprio la modalità del racconto che fa assomigliare tutto ad una puntata lunga di Beautiful. Nella serie pilota flirta (molto dettagliatamente) di qua e di là; probabilmente la cosa era vera, ma è così importante mostrarcene chiappe e addominali e il relativo décolleté della partner di turno? La vera caduta di stile, poi, la frenata in pieno rettilineo, è il fittizio personaggio della reporter interpretata da Kaya Scodelario che lo accompagna fin dalle prime vittorie e, nel finale, arriva ad avere un ruolo chiave. Utile come un arbre magique su una monoposto.

Il protagonista è Gabriel Leone. Fisicamente è una goccia d’acqua col pilota brasiliano; buon per lui. Le movenze le riesce anche a prendere nel modo giusto ma quando è nei pressi di una vettura da corsa, zoppica. Dopo lo storico secondo incidente con Alain Prost (simpatico come un’unghia rotta in una partita di calcio), l’attore esce dall’abitacolo con la stessa agilità di quella vecchia zia che prova ad alzarsi dal divano la sera di Natale.
In conclusione, si tratta di una vera e propria agiografia sportiva dove i pregi sono sottolineati dalla colonna sonora e da un montaggio serrato, mentre i difetti dell’uomo e dello sportivo vengono restituiti al pubblico come simpatiche burle. Un metodo di narrazione non proprio apprezzato da tutti, a cominciare dallo stesso Alain Prost che, interpellato a riguardo, ha dichiarato che secondo lui a Senna la serie non sarebbe per nulla piaciuta perché troppo mitizzato.
Film di genere come Rush o serie culto come Drive To Survive sono lontani anni luce da questo prodottino per le famiglie. Se sognavate Fast & Furious, scalate pure marcia… qui avrete solo A Spasso Con Daisy.









