Cosa succede quando le parole non bastano? Frieren Anthology e Dreams Factory esplorano il potere del silenzio tra emozioni e immagini che parlano da sole.

Non sempre le storie si raccontano con le parole. A volte, ciò che resta fuori dal discorso (il gesto mancato, la frase non pronunciata, lo spazio bianco tra una vignetta e l’altra) parla più di quanto non facciano le dichiarazioni esplicite. Due opere uscite di recente, Frieren – Oltre la Fine del Viaggio Anthology, pubblicato da J POP Manga, e Dreams Factory, pubblicato da Star Comics, sembrano interrogarsi proprio su questo: quanto può dire il silenzio?
Nel primo caso, si torna nel mondo di Frieren – Oltre la Fine del Viaggio, la celebre serie fantasy ideata da Kanehito Yamada e Tsukasa Abe. L’antologia raccoglie cinque racconti brevi firmati da nuovi autori (Jona, Kazumi Yamaguchi, Ren Miura, Kassan e Soichi Igarashi) che scelgono di esplorare momenti apparentemente marginali della vita dell’elfa Frieren e dei suoi compagni di viaggio. Non ci sono grandi scontri o rivelazioni, ma piccoli eventi che permettono di cogliere la distanza tra chi vive secoli e chi solo una manciata d’anni. La protagonista, in particolare, sembra continuamente alle prese con qualcosa che le sfugge: il senso delle emozioni umane, i significati nascosti dietro ai gesti, le parole non dette finché è troppo tardi. È in questo scarto, tra ciò che si prova e ciò che si riesce a esprimere, che si gioca buona parte dell’intensità emotiva della storia originale e di questa raccolta.
Dall’altra parte, Dreams Factory, graphic novel scritta da Jérôme Hamon e illustrata da Suheb Zako, affida proprio al silenzio la sua forza narrativa. Ambientata in una Londra industriale del 1892, la storia segue Indira nella sua disperata ricerca del fratellino Eliott, scomparso misteriosamente. Il racconto si svolge tra fabbriche minacciose e paesaggi plumbei, in un mondo dove i bambini scompaiono e gli adulti sembrano impotenti o conniventi. Ma ciò che colpisce è la struttura stessa del libro: molte tavole sono prive di dialoghi o didascalie, e lasciano che siano le immagini a condurre il lettore. Ombre, inquadrature, espressioni e movimenti diventano il linguaggio attraverso cui si raccontano le emozioni e l’evoluzione della storia stessa.
In entrambi i casi, quindi, il cuore della narrazione non sta in ciò che viene detto, ma in quello che viene taciuto. Frieren mette in scena una protagonista che non sa, non può, o non riesce a comunicare i propri sentimenti, mentre Dreams Factory rinuncia deliberatamente alle parole, affidandosi a un linguaggio visivo capace di evocare stati d’animo, tensioni e legami. Due modi diversi di usare il silenzio, entrambi legati a un’idea profonda: forse è vero che per raccontare certi vissuti, serve più attenzione a ciò che non viene detto che a ciò che si dice.
Due storie lontane per ambientazione e stile, ma unite da una stessa domanda implicita: è realmente possibile raccontare tutto? Oppure ci sono emozioni che possono solo essere intuite, suggerite o lasciate sospese?









