Japan Sinks: 2020 – la recensione

C’è un limite alla bruttezza e alla superficialità di trama e dialoghi? Japan Sinks: 2020 prova a dettare nuovi record nel campo dell’animazione.

 

 

A volte ci si sorprende a constatare con quale faccia le piattaforme di streaming riescano a mettere a catalogo delle emerite porcherie pur di arricchire il loro portafoglio. Japan Sinks: 2020 è una delle peggiori serie di animazione in circolazione, ed oggettivamente riuscire a ricordarsi tutti i punti negativi è già da sola un’impresa.
La cosa particolare è che peraltro Japan Sinks: 2020 ha delle premesse sicuramente interessanti: si ipotizza uno sciame sismico talmente forte da far progressivamente affondare l’intero Giappone nell’oceano che lo circonda. Si tratta in buona parte della trasposizione del romanzo Japan Sinks, scritto nel 1973 da Sakyo Komatsu, ma che dello scritto prende il peggio aggiungendocene del proprio.

 

 

Non c’è praticamente alcun aspetto che si possa salvare di Japan Sinks: 2020, a partire dal biglietto da visita: l’aspetto visivo è semplicemente infimo. Per essere un anime realizzato in epoca contemporanea, è inaccettabile vedere i tratti abbozzati, i profili che non combaciano con i frontali dei volti, gli sguardi vitrei dei personaggi, le animazioni rigide ed a scatti; insomma è una generale pochezza che contraddistingue Japan Sinks 2020. Se poi a qualcuno venisse in mente una certa analogia con i tratti grafici presenti nell’OAV di Appleseed, sappia che non è l’unico; solamente che il lavoro di Masamune Shrirow trasposto in video da Bandai Visual è datato 1988: stiamo parlando di oltre trent’anni di differenza e di avanzamenti tecnici.
Ed in effetti gli unici, sporadici momenti in cui Japan Sinks: 2020 si avvicina alle serie di animazioni “normali” è quando utilizza la computer graphics per brevissimi momenti, magari per rappresentare un veicolo in curva o qualche altro oggetto in movimento. Ma si tratta di inserimenti talmente sporadici da essere assolutamente trascurabili.

 

 

Non va meglio con la caratterizzazione dei personaggi, che vanno dall’inutile al fastidioso, raggiungendo picchi di odiosità col figlio minore della famiglia protagonista della vicenda e con l’inglese giocoliere che incontreranno a un certo punto. Non c’è un singolo personaggio verso cui si riesca a provare empatia; il risultato migliore è indifferenza. Davvero un ottimo risultato per una serie che vista la tematica ed i drammi che si susseguono a profusione dovrebbe puntare sull’aspetto emotivo.
Sono gli stessi protagonisti a non mostrare però alcuna emozione: se le morti si susseguono (ed occorre dirlo, qui la creatività degli sceneggiatori fa spesso bene il suo lavoro), è assurdo come non ci sia praticamente nessun contraccolpo nel vedere un familiare perdere la vita. L’impassibilità in questi casi è totale, sia nell’immediato sia nei giorni a venire; una cosa improponibile, tanto più che invece spesso i sopravvissuti sfoderano sorrisi e fanno battute come fosse una normalissima giornata fuori casa. Addirittura, in una situazione i protagonisti vengono attaccati (e colpiti) con arco e frecce, ma due secondi dopo si diventa amiconi. Allucinante, come è allucinante il fatto che in poche ore le ferite anche gravi ottenute durante l’esodo spariscano e i personaggi si possano muovere senza conseguenze.

La stessa trama di Japan Sinks: 2020, inizialmente interessante e talvolta dotata di qualche colpo di scena anche sul finire della serie, vede una lunga parte centrale ambientata in una comune, dove una setta ha i suoi riti e le sue usanze; un’intera sezione di storia completamente avulsa e priva di senso nel contesto complessivo del percorso narrativo.

 

 

I dialoghi sono di una superficialità pazzesca, e non si capisce perchè ogni due per tre debbano essere pronunciate dai personaggi frasi in inglese. Su questo si aggiunge un doppiaggio italiano al limite dell’arresto: oltre alla pronuncia maccheronica di queste frasi in inglese (qualcosa da far rabbrividire, senza mezzi termini), la piattezza emozionale delle voci va di pari passo con la mancanza di spessore dei personaggi.
Su alcune trovate stendiamo poi un velo pietoso, a partire dal paralizzato in grado di percepire i terremoti prima che avvengano o situazioni teatrali, retoriche o stereotipate che, forse figlie del romanzo originale, andavano sicuramente limate e riviste.

Complessivamente, non c’è una sola ragione per vedere Japan Sinks: 2020. Si tratta di una produzione approssimativa sotto ogni aspetto, incapace di proporre alcunchè di credibile o perlomeno accettabile. Japan Sinks: 2020 è semplicemente un obbrobrio da evitare.

 

Japan Sinks: 2020, 2020
Voto: 3.5
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