Gray Zone Warfare: la situazione due anni dopo

Dal 2024 il titolo di Madfinger Game si è raffinato ed è piacevolissimo, anche se qualcosa resta da fare sul fronte cheater in modalità PvPvE.

 

 

Al momento del suo debutto in early access, Gray Zone Warfare ha beneficiato di un momento di stagnazione sulle opzioni disponibili sul mercato dei titoli “di estrazione”, che al contempo vedeva una grande richiesta da parte dei giocatori. Come detto nelle nostre prime impressioni, Gray Zone Warfare ha attinto sicuramente molto da titoli come Escape From Tarkov e Arma 3, ed è riuscito nel tempo a ritagliarsi una nicchia in grado di competere per soddisfare quei giocatori che cerchino un’esperienza al tempo stesso immediata e non superficiale, proponendo un gameplay ragionato e profondo

 

 

Il mondo di gioco di Gray Zone Warfare si sviluppa nella non eccessivamente densa giungla tropicale dell’ipotetico Stato del Lamang, sito nel sud-est asiatico. Già al momento del debutto in early access il gioco proponeva visuali suggestive, con panorami mozzafiato in grado di evocare i teatri di scontro del Vietnam; questo però al costo di utilizzo eccessivo e non giustificato dei computer degli utenti. Dopo due anni, la situazione sul fronte ottimizzazione è migliorata, anche se non può dirsi perfetta. Riuscire a far girare Gray Zone Warfare su PC dotati di schede grafiche di fascia media può essere un’impresa, e senza le dovute accortezze anche quelli particolarmente carrozzati potrebbero imbattersi in crash improvvisi; insomma, tecnicamente il titolo di Madfinger Games ha ancora ampi spazi di miglioramento.

 

 

Il gioco nasce per offrire un’esperienza PvPvE, ed in tal senso Gray Zone Warfare offre luci ed ombre.
Purtroppo sono numerosi gli avvistamenti di cheater, che in taluni casi riescono a colpire da dietro i muri o a sapere in anticipo la nostra posizione. Difficilmente si tratta di problemi legati al netcode, quanto ad una implementazione ancora ampiamente raffinabile del software anticheat che accompagna Gray Zone Warfare. Anche se questa situazione non impedisce di fruire del gioco specialmente nelle zone dedicate ai giocatori di alto livello, dove la presenza di cheater è rara, è ovvio che la frustrazione tra i giocatori che provino ad affrontare ex-novo il gioco sia ampia.

Alla modalità PvPvE ne è affiancata una puramente PvE; questo permette sia i giocatori che non abbiano un gruppo di apprezzare Gray Zone Warfare, sia di evitare del tutto il problema dei cheater. I bot gestiti dal computer sembrano inizialmente più una noia che una reale minaccia ma, lasciata la prima zona dove ci facciamo le ossa, il tasso di sfida si alza di parecchio: dagli imprecisi tiri di pistola o mitraglietta si passa a mercenari dotati di armi da guerra e con una mira ben migliore, in grado di farci davvero male e farci abortire la missione assegnataci per le nostre ferite, l’esaurimento delle nostre limitate munizioni o, peggio, la nostra morte (che ci costringe a riapparire da qualche parte e a recuperare gli oggetti che avevamo addosso in precedenza).

 

I bot hanno una mira sotto media, ma sono dotati di una vista incredibile: i colpi a noi indirizzati arrivano spesso da dove nemmeno con le ottiche siamo in grado di avvistare dei nemici. Che sia un problema di palette grafica, di nostra incapacità di individuare le sagome o di una reale ipercapacità degli NPC, il risultato è quello di essere soggetti ad un fuoco impreciso a volte anche a un centinaio di metri di distanza, mentre noi non vediamo nemici in zona. Considerando poi che, anche indossando le cuffie, individuare da dove partano i colpi non è facile, ci si può trovare spiazzati e non a proprio agio; questo però produce un’ottimo effetto di soppressione che ci costringe a muoverci in modo cauto e a dover battere in ritirata nelle situazioni meno tranquille.

 

 

La gestione dell’inventario è parte integrante del gioco, e qui Madfinger Games ha giocato un po’ sporco: vista la limitata capienza del nostro armadietto personale, gli sviluppatori hanno implementato un sistema dove dietro l’acquisto di pacchetti con soldi reali si può aumentare lo spazio a disposizione. Si tratta di una scelta discutibile, visto che il gioco ha già un costo di acquisto non indifferente.

Buona la gestione del sistema medico, che utilizza un sistema piuttosto semplice da gestire una volta presa la dovuta dimestichezza: i bendaggi per fermare le emorragie, le stecche per facilitare il recupero di arti compromessi, gli antidolorifici per stabilizzare la mira e qualche altra cosetta qua e là. Come per i caricatori, anche i medicamenti sono richiamabili rapidamente solo se alloggiati nelle tasche e non nello zaino; oltre ad andare ancora una volta incontro ad un limite di spazio questa volta più che comprensibile, il fatto di dover aprire l’inventario per usare gli oggetti presenti nello zaino, e quindi estraniarsi da cosa ci succede intorno, rende giustizia alla realtà.
Discutibile invece la presenza di tipi di munizioni difficilmente distinguibili e soprattutto la marea di oggetti con cui modificare le nostre armi, il più delle volte realisticamente non compatibili fra di loro ma che oltre ad occupare spazio sono anche non facilissimi da gestire quando vogliamo personalizzare il nostro fucile. C’è tanta, forse troppa carne al fuoco in questo ambito, e una semplificazione o almeno una razionalizzazione sarebbe gradita.

 

 

A Gray Zone Warfare manca ancora una sana sgrossatura: ad esempio non si possono chiudere le schermate con gli stessi tasti con cui le abbiamo aperte, le missioni introduttive sono soggette al ciclo giorno-notte (fare il tutorial al buio non è piacevole), non si possono vendere gli oggetti che abbiamo addosso ma solo quelli presenti nell’armadietto personale (un disastro quando manca spazio, tenendo conto che trascinare oggetti simili l’uno sull’altro non sempre ne inverte la posizione).
Eppure la nostra esperienza con l’attuale versione di Gray Zone Warfare (la 0.4.6.0) ci consegna un gioco godibile, particolarmente apprezzabile se giocato in squadra ma affrontabile anche da solo perlomeno in modalità PvE. Molti giocatori sanno essere amichevoli, e al netto dei cheater l’atmosfera complessiva è piacevole. Il gioco ricorda peraltro certi aspetti di Far Cry 2: il mondo aperto, una rigogliosa natura che la fa da padrona, la presenza di nemici che periodicamente riappaiono nei punti che avevamo precedente ripulito. L’atmosfera complessiva è assolutamente immersiva, con una storia che si dipana lentamente e un gameplay fluido e che sa essere improvvisamente brutale.

Madfinger Games continua il suo non velocissimo sviluppo su di un gioco già oggi assolutamente consigliabile, ma che con le debite ottimizzazioni (di motore grafico e di contenuto) potrebbe diventare facilmente un classico.