Guerra in Afghanistan (1979-1989): epilogo di un decennio di guerra

Tra il 1988 e il 1989 i contingenti sovietici lasciano l’Afghanistan, dopo anni di intensi combattimenti e fortune alterne; il governo di Kabul cerca di rimanere in carica.

 

 

 

Come abbiamo avuto modo di leggere nel precedente articolo, a partire dalla metà degli anni ’80 l’Unione Sovietica dedica molte energie nella cosiddetta Exit Strategy. Appare infatti sempre più chiara l’impossibilità di una vera e propria vittoria militare contro un nemico così ostinato e difficile da stanare nelle impervie regioni afghane. Il numero di soldati sovietici morti e feriti è salito drasticamente con le massicce offensive, e a casa le madri non si limitano più a piangere i propri figli nel privato delle proprie dimore: ora protestano in strada e chiedono la fine di questo folle intervento, lanciando un segnale d’allarme generale più sugli effetti in patria di questa guerra che sul suo andamento ormai quasi scontato.

Grande punto di svolta è l’affacciarsi sulla scena politica sovietica di Gorbacev, che a partire dal 1985 inaugura un triennio di deciso cambiamento nella politica estera della propria nazione. Se fino alla metà degli anni ottanta la linea di Mosca è una decisamente interventista nelle vicissitudini dei paesi socialisti o comunisti sparsi qua e la nei vari continenti (Angola, Cuba, Vietnam, Mongolia e altri), con Gorbacev questa linea cambia. L’Unione Sovietica, in virtù delle nuove politiche come Glasnost e Perestroika, avviano una nuova stagione caratterizzata da più trasparenza e apertura al contatto con l’altro blocco, quello Occidentale, andando a limare progressivamente tutti quei punti di contrasto tra le due fazioni della Guerra Fredda. La decisione di ritirare il proprio contingente dall’Afghanistan, presa nel 1987, è figlia di queste nuove politiche, e viene accolta positivamente sia tra i soldati che tra i cittadini sovietici. La distensione che si respira nella seconda parte di questo decennio permette addirittura un riavvicinamento con la grande Cina comunista, che molto si era allontanata sul piano diplomatico.

Quando nel 1987 arriva la notizia di un imminente ritiro, le fazioni contrapposte ai sovietici eleggono Sibghatullah Mojaddeddi come rappresentante di un governo islamico ad interim, in contrapposizione a quello filo sovietico e comunista di Najibullah ancora in carica. Mojaddeddi arriva persino a incontrare personalità politiche di un certo peso politico all’interno del blocco Occidentale, guadagnando autorità e rilevanza nella sua campagna contro il governo di Kabul guidato appunto da Najibullah.

Nel frattempo i sovietici riescono ad estrarre dalla polveriera dell’Afghanistan una prima parte dei propri uomini già tra la primavera e l’estate del 1988, non prima però di aver stretto numerosi accordi con i vari signori della guerra locali per un sicuro passaggio delle truppe verso i confini dell’Unione Sovietica. Seppur questi patti vengano praticamente sempre rispettati, i sovietici trovano il modo di portare avanti alcuni colpi finali contro alcuni leader dei mujaheddin. Il caso più noto è l’Operazione Typhoon (ah, la creatività) contro le milizie del comandante Ahmad Shah Massoud: dopo aver raggiunto un accordo tra le due parti, grandi formazioni della 40° Armata sovietica attaccano gli uomini di Massoud con una grande potenza di fuoco, di fatto violando la tregua e uccidendo centinaia di uomini, prima di proseguire nella direzione del confine e concludere definitivamente l’esperienza in Afghanistan.
La seconda parte del contingente si ritira tra novembre del 1988 e febbraio dell’anno successivo; la data ufficiale della fine dell’intervento risulta essere infatti il 15 Febbraio, giorno nel quale l’ultima colonna di mezzi e soldati entra nell’Uzbekistan sovietico.

 

 

Il compito di far fronte a tutte le emergenze militari del paese ricade sull’esercito regolare del governo di Kabul, che a sorpresa, pur essendosi macchiato di vistose diserzioni e corruzioni interne, sorprende con alcune importantissime vittorie sui mujaheddin nel 1989 e 1990 permettendo di fatto a Najibullah di mantenere il potere anche oltre la fine del decennio. Il governo di Kabul rimane in carica fino alla primavera del 1992, quando i mujaheddin, e soprattutto la potente fazione dei talebani che adesso guida gran parte del movimento di resistenza, entrano nella capitale e di fatto depongono Najibullah, il quale dopo un rocambolesco tentativo di lasciare il paese si rifugia in alcuni uffici delle Nazioni Unite di Kabul, rimanendovi (grazie al particolare status di extraterritorialità) fino a quando un commando lo assassinerà nel 1996.

È l’epilogo degli anni dei combattimenti dopo il ritiro delle forze sovietiche. L’Unione Sovietica esce dal conflitto decisamente indebolita sia sul piano interno che quello esterno, mentre conta circa ventimila morti e più di sessantamila feriti dei quali circa diecimila disabili. Anche le perdite in termini di equipaggiamenti sono pesanti: quasi cinquecento velivoli, quasi duecento carri armati e almeno mille trecento mezzi corazzati e altri tipi di blindati in appoggio alla fanteria.

Il popolo afghano patisce tremendamente in questa guerra. Si stimano più di mezzo milione di morti tra i civili, con alcuni studiosi che collocano le perdite umane in un totale che va da uno a due milioni; numeri che mai conosceremo con certezza. Quello che conosciamo tuttavia è stato il modo brutale di condurre il conflitto da parte dei militari sovietici: si parla di esecuzioni di massa, distruzione di interi villaggi, stupri collettivi, torture e infiniti saccheggi ai danni della popolazione locale. Come sempre, nella guerra e nel caos scorgiamo il lato peggiore dell’umanità, un tratto così distintivo e costante da trascendere i conflitti dall’alba dei tempi fino ai giorni nostri.

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