La guerra polacco-sovietica

La nascente Polonia affronta pericoli mortali fin dai suoi primi giorni. Ad est le forze bolsceviche si preparano a dare battaglia.

 

 

Quando pensiamo ai conflitti europei degli anni ’10 del secolo scorso, spesso ci limitiamo a riconoscere l’importanza storica, e insieme la grande tragedia, della Prima Guerra Mondiale. Tendiamo infatti a credere che con il 1918, il nostro povero continente sia entrato in una fase di pace relativa, ma comunque pace, almeno fino al 1939. È normale, dato che effettivamente i grandi paesi vincitori della Grande Guerra conoscono un periodo di pace, seppure spesso ritrovandosi a gestire un immenso caos all’interno dei propri confini.

A partire dal fatidico 1918, con la rovinosa sconfitta della Germania ed il fragoroso disfacimento dell’Impero austro-ungarico, lo sguardo vigile, ma spesso impotente, delle nazioni vincitrici si sposta ad Est, verso il vecchio alleato russo. Il comunismo si espande a macchia d’olio in una società prettamente rurale, che fino a meno di settanta anni prima ancora tollerava una vera e propria servitù della gleba. I bolscevichi sono infatti abilissimi a raccogliere masse di uomini e dare loro uno scopo e un obiettivo comune, oltre a creare un esercito che cresce a vista d’occhio giorno dopo giorno, dimostrano una capacità straordinaria di migliorarsi e diventare sempre più efficiente in battaglia. Il vento rosso inizia ben presto a soffiare sulle pianure dell’Europa Orientale, una volta che le armate germaniche iniziano a battere in ritirata. I Baltici, la Finlandia, e tutti gli stati nati da territori che integralmente, o almeno in parte, rientravano nei confini della Russia zarista prima del Trattato di Brest-Litovsk, ricadono ora nell’orbita e nei piani di riconquista dei comunisti russi. È molto facile dunque rendersi conto di come le enormi tensioni nella parte est del vecchio continente siano sfociate in vere e proprie guerre aperte, meno intense sicuramente rispetto alla madre di tutte le guerre fino ad allora, ma non per questo meno drammatiche.

Le tensioni polacco-bolsceviche si avvertono fin dalla nascita della Polonia come entità statale. Nel novembre 1918 infatti, non solamente i polacchi riguadagnano una riconoscenza internazionale, dotandosi di istituzioni proprie, così come di un esercito, ma si impegnano in maniera attiva per assicurarsi che la rettifica (unilaterale) del Tratto di Brest-Litovsk non possa danneggiarne le frontiere. Il Maresciallo Pilsudski, che di fatto governa la Polonia, raccoglie tra le fila dell’esercito nazionale (composto da soli 30.000 uomini ai primi di Novembre) volontari e moltissimi etnici polacchi precedentemente inquadrati tra i ranghi degli eserciti di Germania, Russia e Austro-Ungheria e li scatena ad est, pronti ad incontrare i bolscevichi. Quando l’8 Dicembre 1918 le potenze vincitrici della Grande Guerra assegnano alla Polonia una linea di demarcazione prestabilita ad est, le truppe di Pilsudski risultano essere già penetrate di almeno 200-250 km oltre, verso l’Ucraina.

 

 

Il 1919 è coronato dai successi polacchi ad est, non tanto per le capacità combattive delle proprie armate, numerose ma spesso prive degli equipaggiamenti richiesti, quanto per l’incapacità dei sovietici di accumulare sufficienti forze nel settore, dovendo affrontare più nemici contemporaneamente. A inizio 1920 i sovietici, forse nel tentativo di tendere una trappola agli odiati polacchi, conducono trattative per un armistizio mentre raccolgono forze per una massiccia operazione offensiva partendo dalle aree baltiche. Pilsudski anticipa tutto e scaglia 8 divisioni polacche e due ucraine (alleati) in direzione Kiev, settore ben più debole di quello a nord. L’offensiva polacco-ucraina, avviata il 25 Aprile 1920, incontra pochissima resistenza sovietica. Questi, infatti, evitano a più riprese uno scontro diretto, permettendo agli squadroni di cavalleria polacca di penetrare in profondità. Il 7 maggio i primi polacchi entrano a Kiev.

La rapida avanzata delle forze di Pilsudski mette in allerta le potenze dell’Intesa che iniziano a guardare alla Polonia con cauto sospetto. Inoltre, con un corpo armato numeroso così lontano dalle proprie frontiere, i russi possono scatenare a loro volta una massiccia offensiva. I festeggiamenti per la storica impresa di Kiev durano pochissimo: il 15 Maggio, il comandante delle forze bolsceviche sul fronte occidentale, Tukhachevsky, attraversa il Dvina con le sue truppe, supportato dalle divisioni di cavalleria di Budenny che cercano di tagliare la ritirata delle divisioni evacuate in tutta fretta da Kiev (Giugno 1920). Gli scontri più duri si hanno nel mese di Luglio, quando Tukhachevsky lancia più di 20 divisioni contro le 12 polacche poste in assetto difensivo. È una disfatta polacca. Minsk, Vilnius e le principali città della zona cadono in mano sovietica in pochissimi giorni, di fatti annullando tutte le acquisizioni territoriali polacche nell’anno e mezzo precedente. Con l’avanzata dell’Armata Rossa, sempre più vicina ai confini della Polonia, viene dibattuto dalle gerarchie sovietiche il tema dell’invasione verso Varsavia. Nonostante molti contrari, Lenin approva l’operazione e ordina il proseguire delle operazioni militari nei confini polacchi.

 

 

Pilsudski cerca aiuto tra gli alleati Occidentali, i quali promettono ma di fatto concretizzano poco. Solo la Francia contribuisce in minima parte allo sforzo bellico polacco. Ma i polacchi non si scompongono e Pilsudski trasuda scarsa fiducia nelle proprie capacità e nei propri uomini. I movimenti dei bolscevichi convergono verso la capitale Varsavia, e il Maresciallo capisce bene la posta in gioco, dirigendo le difese di una nazione intera. Un fattore che alza considerevolmente il morale dei polacchi è il ripristino quasi integrale delle linee di approvvigionamento e un’efficace comunicazione tra i vari settori del fronte. Lo scontro decisivo, nei giorni di metà Agosto 1920, coinvolge la Quinta Armata del Gen. Sikorski il quale si muove perfettamente tra le armate bolsceviche creandone scompiglio. Dalla Fortezza Modlin a nord di Varsavia, attacca senza sosta i reparti della 15° Armata sovietica, non cedendo nemmeno sotto il rischio dell’accerchiamento dovuto alla manovra improvvisa della 4° Armata sovietica. Il 17 Agosto lo vediamo ancora ad impegnare le truppe sovietiche, che prima cedono e poi si danno a una fuga generale, abbandonando qualsiasi posizione e parvenza di disciplina. Pilsudski coglie abilmente l’opportunità scatenando le migliori divisioni a disposizione in avanti, impegnando la 3° e la 16° Armata sovietica, mettendole in rotta. Il rischio di un attacco al fianco esposto delle truppe di Pilsudski da parte della 4° Armata viene anticipato dall’attacco di Sikorski che, intuendone il pericolo, decide di muovere le proprie truppe per prime.

Il 20 Agosto i comandi supremi sovietici inviano l’ordine di una ritirata generale ma ordinata, ma la situazione al fronte si trasforma in un incubo per le forze sovietiche. I polacchi avanzano con una rapidità fulminante, coprendo in media più di 30-40 km giornalieri. Le forze comuniste si dispongono a difesa della linea Grodno-Volkovysk venendo nuovamente travolte negli scontri tra il 20 e il 28 Settembre. Entro fine Ottobre i polacchi ripristinano la situazione del 1919 e inizio 1920.

A chiudere questo capitolo è l’Armistizio di Riga del 20 Ottobre, il quale sancisce la vittoria polacca e, con il Trattato di Riga dell’anno successivo, parti della Bielorussia e dell’Ucraina vengono integrate nello stato polacco. Il conflitto rappresenta un disastro per l’Unione Sovietica, con molti uomini e mezzi andati perduti, oltre alla batosta morale. Troverà vendetta meno di 20 anni dopo, quando farà ritorno su suolo polacco in seguito al Patto Molotov-Ribbentrop.

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