I miti delle due ruote – Wayne Rainey

Un campione d’attacco dalla baionetta innestata, meticoloso e chirurgico come pochi altri.

 

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Torniamo negli States, dove come già accennato nei precedenti articoli di questa serie hanno avuto i natali molti campioni del mondo, soprattutto dalla California. Ed è proprio lì, a Los Angeles, che il 23 ottobre del 1960 nasce Wayne Rainey, e come molti piloti d’oltreoceano inizia la sua esperienza motociclistica col dirt-track. Nel 1984 viene chiamato dal suo grande amico Kenny Roberts (sì, il “marziano”, proprio lui) che lo metterà in sella ad una Yamaha per correre il Campionato del Mondo classe 250. I risultati non sono quelli sperati anche se concluderà il mondiale all’ottavo posto, quindi l’anno successivo decide di tornare in America per partecipare al Campionato Nazionale Superbike AMA con una Kawasaki, che gli permetterà nel 1987 di vincere il titolo.

Ma nel 1988 il richiamo del motomondiale e del suo amico Kenny è forte, ed eccolo finalmente nella classe regina con una Yamaha proprio del team Roberts: l’esordio è forse meglio di quanto ci si attendesse, la sua progressione lo porta a vincere una gara ed a salire sul podio ben 6 volte, chiudendo il campionato al terzo posto, davanti a piloti di talento e ben più esperti di lui come Haslam, Mackenzie, Sarron, Magee.

 

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Nel 1989 Wayne lascia tutti senza parole: è sul podio in tutte le 13 gare che porterà a termine sulle 15 previste del campionato, vincendone 3; nonostante questo impressionante ruolino di marcia il californiano deve lasciare il titolo all’asso pigliatutto di quegli anni, quell’Eddie Lawson che seppur fresco del passaggio alla Honda mantiene il titolo ed il dominio nella classe regina.

Nel 1990 la concorrenza è agguerritissima: Eddie Lawson è tornato sulla Yamaha con cui ha dominato la scena per anni, Mick Doohan e Wayne Gardner sulla Honda non scherzano e Kevin Schwantz e Niall Mackenzie sulla Suzuki vogliono anche loro il titolo. Ma Rainey non ci sta, ha finito il suo apprendistato nella mezzo litro e vuole vincere il campionato: demolirà i suo avversari vincendo ben 7 gare e non scendendo mai dal podio in 14 gare su 15, tutte quelle che ha concluso, chiudendo il campionato con 255 punti contro i 188 di Schwantz.

L’anno successivo la battaglia tra titani si ripresenta: Wayne è l’uomo da battere, il gruppo degli inseguitori è lo stesso dell’anno precedente e Rainey sa che non gli renderanno la vita semplice. E lui che fa? Si reinventa 5 vittorie, 13 podi su 14 gare nonostante Doohan e la Honda siano cresciuti in maniera considerevole rispetto all’anno precedente. Wayne è di nuovo Campione del Mondo per la seconda volta consecutiva.

 

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Il 1992 si apre con un Mick Doohan impressionante: vince le prime 4 gare consecutive, arriva 2° altre due volte e vince ancora alla 7° prova e per Rainey che ha vinto una sola volta sembra un’impresa quasi impossibile battere l’australiano della Honda: ma l’incidente di Assen priva Mick della possibilità di proseguire, lasciando la strada libera a Wayne che riuscirà a portarsi a casa il titolo per soli 4 punti. Certo anche la fortuna conta, ma allo statunitense va riconosciuto di non aver mollato anche quando l’impresa sembrava impossibile, e per quanto amaro possa essere battere un rivale perché assente Rainey è Campione del Mondo per la terza volta consecutiva.

Nel 1993 riuscirà di nuovo a riconfermarsi? Schwantz e la Suzuki sono in gran forma, e la lotta è serrata gara dopo gara. Nei primi 11 gran premi disputati ne vincono 4 ciascuno e salgono sul podio ben 9 volte entrambi; per Wayne portare a casa il titolo sembra ancora più complicato. Ma lui dalla sua ha una regolarità impressionante, sbaglia raramente e cade ancor meno; basti pensare che in tutta la sua carriera nella classe regina in gara conta sole 4 cadute.

 

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Ma l’ultima di queste, purtroppo, sarà la più dura e punitiva per il californiano: nel GP d’Italia a Misano quando è in testa alla gara ed al campionato con 214 punti contro i 203 del rivale della Suzuki, Wayne cade alla curva Misano che all’epoca era la prima (dato che si girava in senso antiorario) in quella che sembrava una banale scivolata: le conseguenze però saranno drammatiche. Il campione del mondo in carica subisce una tripla frattura alla colonna vertebrale che lo condannerà ad una vita sulla sedia a rotelle. La carriera e l’incredibile talento vengono così spezzati lasciando il circus del motomondiale quasi in apnea.

Non è mai stato un campione idolatrato dalle folle come altri: pulito e preciso nello stile, sicuramente meno spettacolare ma estremamente efficace, meticoloso e quasi chirurgico nelle traiettorie e nelle percorrenze; non era un ragioniere come il suo rivale Eddie Lawson ma neanche uno spericolato come Schwantz. Nonostante ciò non era un pilota che si tirava indietro se c’era da confrontarsi, ed è lecito chiedersi dove sarebbe arrivato se la sua carriera non si fosse fermata a soli 32 anni.

Sportivo, amante del golf che giocava col suo amico e manager Kenny Roberts, Wayne non amava troppo i riflettori ed il paddock; se ne stava nel suo motorhome di 12 metri che guidava personalmente da un circuito all’altro. La cosa fece sorridere molti, e quando in una intervista gli venne chiesto perché non aveva un autista rispose: “E’ casa mia, non mi va che sia qualcun altro ad abitarci in mia assenza, e tra una gara e l’altra abbiamo tutto il tempo di portarlo a destinazione. Però viaggiare a 100 km/h è una bella rottura”.

 

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Oggi è Presidente del Campionato Moto America, e proprio con una Yamaha R1 dotata di comandi speciali dopo 26 anni da quel maledetto 5 settembre 1993 a Misano, è salito di nuovo in sella prima sul circuito di Willow Springs poi a Suzuka insieme ai suoi amici di sempre Lawson e Roberts, e l’emozione per lui come per tutti gli appassionati di questo meraviglioso mondo delle due ruote è stata grande.

 

Nel prossimo articolo: Barry Sheene.