Per cinque lunghissimi secoli, centinaia di migliaia di rom hanno vissuto come schiavi nelle terre dell’attuale Romania: ecco la loro storia.

La storia del popolo rom in Romania è indissolubilmente legata a una delle pagine più oscure della storia europea, quella della schiavitù che durò per oltre cinque secoli nei territori che oggi costituiscono la Romania moderna.
I rom arrivarono nelle terre rumene intorno al tredicesimo o quattordicesimo secolo, migrando dall’India e probabilmente seguendo le invasioni mongole del 1241 o sfuggendo ai conflitti con le popolazioni tatare, portando con sé competenze artigianali straordinarie che si rivelarono immediatamente preziose per le società feudali dei principati di Valacchia e Moldavia. Tuttavia, proprio queste abilità uniche – la lavorazione dei metalli, l’oreficeria, la falegnameria, l’addestramento degli orsi e numerosi altri mestieri – divennero il pretesto per la loro riduzione in schiavitù, un sistema che si consolidò gradualmente attraverso una legislazione che trasformò i rom in proprietà esclusiva di padroni privati, dello Stato o della Chiesa ortodossa.
Le origini precise di questa schiavitù restano oggetto di dibattito tra gli storici: alcuni, come Nicolae Iorga, hanno ipotizzato che i rom fossero stati introdotti come schiavi dall’esercito ottomano, mentre altri studiosi, tra cui Emil Panaitescu e Nicolae Gheorghe, hanno sostenuto che furono i cambiamenti economici prodotti dalle invasioni ottomane, in particolare la necessità di manodopera specializzata e di risorse per pagare i debiti crescenti, a trasformare i rom in schiavi. Quel che è certo è che questa schiavitù non aveva precedenti in Europa occidentale e rappresentò un fenomeno unico nel suo genere, limitato geograficamente ai territori rumeni e protrattosi fino alla metà del diciannovesimo secolo. I primi documenti che attestano la presenza rom nelle terre rumene risalgono al 1385, quando il principe valacco Dan I donò quaranta famiglie rom al monastero di Tismana, stabilendo un precedente che sarebbe durato fino al 1856.
Il sistema schiavistico rumeno divideva i rom in tre categorie distinte, ciascuna con condizioni di vita differenti ma tutte ugualmente oppressive. Gli schiavi appartenenti al Principato/Stato erano i più privilegiati, poiché di fatto godevano di una certa libertà di movimento e veniva loro chiesto solamente di pagare una tassa annuale. Gli schiavi appartenenti alla Chiesa Ortodossa erano più vincolati alla terra e alle proprietà monastiche, e infine gli schiavi dei boiardi – l’aristocrazia terriera – erano coloro che subivano le condizioni più dure: in assenza di un riconoscimento della personalità giuridica, i padroni esercitavano un potere assoluto su questi schiavi, che potevano essere comprati, venduti, scambiati con bestiame, donati o utilizzati per saldare debiti. Le condizioni di vita degli schiavi erano brutali: molti portavano catene alle braccia e alle gambe, altri avevano collari di ferro al collo o cerchi metallici sulla fronte, e subivano punizioni atroci come frustate, isolamento e molto altro ancora. I matrimoni richiedevano l’autorizzazione del padrone, e in caso di unioni tra schiavi di proprietari diversi, i figli venivano divisi equamente tra i padroni, mentre qualsiasi bambino nato da madre rom diventava automaticamente schiavo a sua volta.

L’economia delle terre rumene dipendeva pesantemente dal lavoro schiavo rom, particolarmente nei settori artigianali specializzati che i rom avevano portato dal loro viaggio dall’India. I rom lavoravano come fabbri, orefici, musicisti, artigiani del legno e del metallo, colmando lacune cruciali in un’economia medievale che non possedeva queste competenze specializzate. Durante i periodi estivi venivano impiegati nei lavori agricoli, mentre l’urbanizzazione crescente li vide sempre più coinvolti nei servizi domestici e nelle prime attività proto-industriali. I monasteri utilizzavano ampiamente il lavoro schiavo rom per i lavori di costruzione e manutenzione, come testimoniato dalla presenza di una statua di un rom schiavo nel monastero di Cozia, commemorativa dei lavori di ristrutturazione del 1517. Questo sfruttamento sistematico generò enormi ricchezze per i proprietari: nel 1838, alla vigilia dell’emancipazione, si stimava che circa 250.000 rom fossero ancora in stato di schiavitù, rappresentando circa il 7% della popolazione totale di Valacchia e Moldavia.
Il processo di abolizione della schiavitù rom fu graduale e si svolse in diverse fasi tra il 1843 e il 1856, nel contesto di un fermento rivoluzionario guidato da giovani intellettuali influenzati dalle idee dell’Illuminismo. Nel 1843, durante il principato di Gheorghe Bibescu in Valacchia, lo Stato liberò i propri schiavi, seguito nel 1844 dal principe Sturdza che confermò questa emancipazione. Durante la rivoluzione valacca del 1848, l’abolizione della schiavitù divenne uno dei simboli delle aspirazioni rivoluzionarie, anche se il processo non fu completato immediatamente. Per quanto riguarda gli schiavi dei monasteri, questi vennero liberati prima nei territori della Moldavia (1844) seguiti da quelli della Valacchia pochi anni più tardi. La liberazione degli schiavi privati, appartenenti ai boiardi, incontrò la maggiore resistenza e fu completata solo nel 1855 in Moldavia e nel 1856 in Valacchia, quando il principe Barbu Știrbei promulgò la legge finale che liberava tutti gli schiavi rom rimasti.
Gli abolizionisti romeni non si limitarono all’aspetto morale del problema, ma cercarono di preoccuparsi anche del futuro economico e sociale degli schiavi emancipati, proponendo la dispersione dei rom nei villaggi romeni, l’incoraggiamento ai matrimoni interetnici, il divieto dell’uso della lingua romanì e l’istruzione obbligatoria per i bambini. Tuttavia, l’integrazione sociale degli ex schiavi fu attuata solo parzialmente, poiché molti rom rimasero ai margini della nuova organizzazione sociale della società valacca, moldava e successivamente rumena. Molti rom liberati, non sapendo come gestire la propria libertà e privi di risorse economiche, continuarono a lavorare per i loro ex padroni nelle occupazioni tradizionali o in agricoltura, perpetuando di fatto relazioni di dipendenza economica.
Le politiche di integrazione furono generalmente lasciate alla responsabilità dei proprietari terrieri e delle autorità locali, e in alcune parti del paese i rom nomadi furono insediati nei villaggi sotto la supervisione delle autorità locali, ma il nomadismo rom non fu mai completamente eliminato. Nonostante la buona volontà di molti abolizionisti, l’integrazione sociale degli ex schiavi rimase un obiettivo incompiuto, e molti rom rimasero esclusi dalla nuova struttura sociale ed economica che si stava formando alla metà dell’800. L’abolizione della schiavitù, pur rappresentando un passo importante per l’epoca, non eliminò le radici profonde della marginalizzazione e dello sfruttamento del popolo rom, che continuarono a manifestarsi in forme diverse anche dopo il 1856, quando formalmente la schiavitù cessò di esistere nei principati rumeni che di lì a poco si sarebbero uniti per formare la Romania moderna nel 1859.









