I miti delle due ruote – Barry Sheene

L’uomo di acciaio: quando in corpo hai più viti della tua moto.

 

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Anche gli Inglesi possono annoverare tra le leggende del motomondiale diversi piloti, avendo sempre avuto un vivaio sportivo considerevole nel mondo delle competizioni a due ruote.

Barry Steven Frank Sheene è forse il più conosciuto tra questi; nasce a Londra l’11 settembre del 1950 e muove i primi passi in questo mondo grazie al padre meccanico e preparatore ed all’amico Francis Bultó (patron delle Bultaco) che assembla per lui una moto 50cc con motore Ducati.

Si avvia al mondo delle competizioni non proprio in tenera età: a 18 anni fa il suo esordio nei campionati nazionali con buoni risultati e già nel 1970 a soli 20 anni ha l’opportunità di scendere in pista nella classe 500 con una Bultaco nell’ultima prova al GP di Spagna, dove però è costretto al ritiro. Nella stessa occasione ben figura con una Suzuki nella classe 125 con la quale ottiene la seconda posizione.

Come già scritto nei precedenti articoli di questa serie era consuetudine in quegli anni per i piloti partecipare a più classi nello stesso campionato e forse il suo percorso era stato un po’ anticipato, mancando ancora dell’esperienza necessaria per la classe regina. Eccolo quindi nel 1971 partecipare sia al campionato 50 con una Kreidler che al 125 sempre con la Suzuki, oltre a quello della 250 con una Yamaha. Consegue il 7° posto nella 50, un buon 2° nella 125 mentre nulla di rilevante nel campionato maggiore.

Il 1972 è un anno di transizione e di esperienza: con la Yamaha nella quarto di litro Barry non si trova ed i risultati sono piuttosto deludenti, tanto da cominciare a far credere che quel talento intravisto negli anni precedenti non sboccerà mai; qualcuno lo da già per finito.

Ma nel 1973 avviene il grande salto: l’inglese partecipa al campionato Formula 750 con la Suzuki vincendolo; comincia quindi ad affacciarsi, sempre con la casa di Hamamatsu, alla classe 500, ma solo in un paio di gare e senza risultati utili.

 

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Nel 1974 c’è definitivamente il passaggio nella mezzo litro, sempre con la Suzuki con cui rimarrà per sei anni ottenendo ben 18 vittorie. Potrebbero sembrare poche coi parametri di oggi, ma c’è da rammentare che ad esempio, proprio in quell’anno, i gran premi previsti erano 10 di cui solo 8 furono realmente disputati.

Quelle 18 vittorie gli valgono nel 1976 e 77 il titolo di Campione del Mondo della 500, mettendosi alle spalle Campioni della portata di Phil Read e Giacomo Agostini; 22 titoli mondiali in due vi dicono qualcosa sul valore dei suoi avversari?

Nel 1980 passa alla Yamaha del suo agguerrito rivale Kenny Roberts, quel marziano che gli ha strappato la corona dalla testa negli ultimi due anni; è lui l’uomo da battere e Barry prova a farlo con la stessa moto, ma nei due anni successivi arriverà solo una vittoria in Svezia sul circuito di Anderstorp.

Il 1982 non sembra essere un cattivo anno per l’inglese: consegue 6 podi nelle prime 8 gare disputate, ma durante le prove del gran premio di casa a Silverstone Barry centra la moto del francese Patrick Igoa caduto un attimo prima; le conseguenze saranno disastrose per Barry: i medici saranno costretti a inserirgli 27 viti nelle gambe, pregandolo di abbandonare le competizioni.

 

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Sheene purtroppo non è nuovo agli infortuni, anche piuttosto gravi; d’altronde se lo chiamano “l’uomo d’acciaio” un motivo c’è: nelle prove della 200 miglia di Daytona sul curvone parabolico la gomma posteriore della sua Suzuki 750 esplode a 270Km/h. Polso, braccio, costole, vertebre, caviglia e femore sono in pezzi: ci vorranno oltre 30 tra placche e viti per “rimontare” letteralmente l’inglese; e al Paul Ricard nel 1980 subì l’amputazione di un mignolo massacrato in una caduta.

Insomma, nei vari eventi traumatici, Barry colleziona il triste primato (seppur ufficioso) del pilota più fratturato del motomondiale, potendo “vantare” ben 67 fratture. Era solito ironizzare sulla cosa dicendo che se fosse stato un cavallo da corsa lo avrebbero abbattuto.

Ma tornando all’invito dei medici, il vecchio leone ferito non ascolta, risale in moto, e torna a dare la sua ultima zampata nel 1984 vincendo con la sua amata Suzuki il GP del Sudafrica.

L’uomo d’acciaio deve cedere ad una vita in cui ha chiesto al suo fisico più di quanto potesse immaginare, e si ritira ufficialmente dalle competizioni alla fine dello stesso anno, provato da decine di interventi, dal dolore e dai postumi conseguenti.

 

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Barry sta al mondo delle moto un po’ come James Hunt nella Formula 1: uno degli ultimi romantici appartenente ad un motociclismo che non esiste più, dove in pista si fa quasi a sportellate ma la sera ci si ritrova per bere qualche birra e fumarsi quella sigaretta che spesso gli si vedeva in bocca anche sulla griglia di partenza. Lui, l’uomo bionico, fumava Gauloises senza filtro e beveva birra ed era sempre disponibile con tutti e col sorriso sulle labbra; arrivava in circuito su Rolls Royce o addirittura in elicottero; viveva in un castello ed aveva una moglie che toglieva il fiato a tutti. È stato uno dei primi piloti ad ottenere ingaggi e sponsor elevati in un’era in cui non c’era visibilità e copertura televisiva.

Storicamente è stato il primo pilota a rinunciare al numero 1 sulla carena e, dopo il ritiro dalle corse, sì è trasferito in Australia perché il clima dava molti benefici al suo corpo martoriato dai tanti infortuni ed interventi. Purtroppo Sheene ci ha lasciato a soli 52 anni; dopo aver combattuto e vinto contro i più forti ha dovuto arrendersi alla malattia che in breve tempo lo ha sopraffatto. Di lui restano per sempre le sue imprese leggendarie, il suo sorriso e la sua gioia di vivere, oltre alle sue meravigliose moto recentemente restaurate dalla Suzuki e riportate in pista dal figlio Freddie.

 

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La prossima settimana parleremo di Giacomo Agostini, la leggenda delle leggende!