La crisi della Jugoslavia e l’ascesa dei nazionalismi

Dopo la morte di Tito le contraddizioni della Jugoslavia socialista iniziano lentamente a riemergere, fino a minacciarne l’esistenza.

 

 

La morte di Tito, avvenuta il 4 maggio 1980, segna l’inizio di una nuova fase della storia jugoslava. Per oltre trent’anni il maresciallo era riuscito a mantenere un equilibrio estremamente delicato tra le diverse repubbliche e nazionalità che componevano la federazione, diventando al tempo stesso il principale simbolo dell’unità del paese.
Ora, però, quell’uomo non c’è più.

La Jugoslavia non crolla immediatamente, ma perde il principale elemento capace di tenere insieme interessi spesso contrapposti.
Al posto di Tito viene istituita una presidenza collettiva, composta da rappresentanti delle diverse repubbliche e province autonome, che si alternano alla guida dello Stato. Il sistema dovrebbe impedire la nascita di un nuovo leader troppo potente, ma proprio questa caratteristica diventa uno dei suoi principali problemi: quando la situazione comincia a complicarsi, non c’è più nessuno in grado di imporre una soluzione alle diverse componenti della federazione.

La prima grande difficoltà arriva dall’economia. La crescita degli anni Sessanta e Settanta aveva dato ai cittadini jugoslavi un livello di benessere decisamente superiore a quello di molti altri paesi socialisti, ma parte di quella crescita era stata sostenuta dal ricorso al credito internazionale. Alla fine degli anni Settanta il debito estero è un problema serio e la crisi economica mondiale peggiora ulteriormente la situazione; negli anni Ottanta aumentano inflazione e disoccupazione, mentre il potere d’acquisto della popolazione diminuisce. Il governo federale è costretto a introdurre politiche di austerità, ma le singole repubbliche sono sempre meno disposte ad accettare sacrifici decisi da Belgrado.
Dietro la crisi economica emerge così un problema ancora più profondo: chi deve pagare per mantenere in vita la federazione? Slovenia e Croazia, le repubbliche più industrializzate e ricche, sono sempre più insofferenti nei confronti del sistema di redistribuzione che trasferisce risorse verso le regioni meno sviluppate. Dall’altra parte, le repubbliche più povere considerano indispensabili quei trasferimenti per ridurre le enormi differenze economiche presenti all’interno del paese. La questione economica comincia quindi a trasformarsi in una questione nazionale.

A complicare ulteriormente la situazione c’è il Kosovo. La provincia autonoma, formalmente parte della Serbia ma dotata di un’ampia autonomia dopo la Costituzione del 1974, è abitata in maggioranza da albanesi, e rappresenta da decenni uno dei punti più delicati della federazione. Nel 1981 esplodono grandi manifestazioni nella capitale Pristina: inizialmente le richieste sono soprattutto di carattere economico e politico, ma rapidamente assumono una dimensione nazionale, con la richiesta di trasformare il Kosovo in una vera e propria repubblica della federazione. Le autorità jugoslave reagiscono con la forza e le proteste vengono represse.
Il problema, però, non viene risolto; al contrario, il Kosovo diventa progressivamente il simbolo delle difficoltà della Serbia all’interno della Jugoslavia. Una parte crescente dell’opinione pubblica serba ritiene infatti che la Costituzione del 1974 abbia indebolito eccessivamente la Serbia, concedendo alle sue province autonome poteri tali da limitarne il controllo sul proprio territorio. La questione kosovara viene così trasformata in uno strumento politico potentissimo.

Nel 1986 circola il Memorandum dell’Accademia Serba delle Scienze e delle Arti, un documento non ufficiale che interpreta la crisi jugoslava come il risultato di una progressiva marginalizzazione della Serbia e dei serbi. Il documento suscita enormi polemiche, ma contribuisce a dare forma a un nuovo nazionalismo serbo che troverà presto un leader capace di sfruttarlo politicamente. Il suo nome è Slobodan Milošević.
Nel 1987, durante una visita a Kosovo Polje, Milošević incontra una folla di serbi che protesta contro le autorità locali; in quella circostanza decide di schierarsi apertamente dalla parte dei manifestanti, trasformando la questione del Kosovo nel centro della propria carriera politica. Da quel momento la sua popolarità cresce rapidamente.
Milošević non è inizialmente un politico apertamente anticomunista: al contrario, la sua ascesa avviene all’interno della stessa Lega dei Comunisti di Jugoslavia. Il suo progetto consiste però nel combinare il vecchio sistema politico socialista con un nuovo nazionalismo serbo, utilizzando la paura e il risentimento per conquistare consenso.

 

 

Attraverso la cosiddetta rivoluzione antiburocratica, Milošević riesce a sostituire diversi dirigenti comunisti considerati ostili alla sua linea, e porta sotto il proprio controllo non soltanto la Serbia ma progressivamente anche il Montenegro. Nel 1989 viene inoltre drasticamente ridotta l’autonomia del Kosovo e della Voivodina, rafforzando il controllo di Belgrado sulle due province.
Il problema è che questa politica viene osservata con crescente preoccupazione dalle altre repubbliche; Slovenia e Croazia vedono nell’ascesa di Milošević il tentativo di trasformare la Jugoslavia da federazione in uno Stato dominato dalla Serbia. Per gli sloveni e i croati il problema non è soltanto nazionale, ma anche economico: entrambe le repubbliche sono maggiormente integrate con l’Europa occidentale e guardano con interesse a un sistema più decentralizzato, mentre Belgrado vuole mantenere una federazione forte.
Nel frattempo anche il contesto internazionale sta cambiando: nel 1989 il Muro di Berlino crolla e i regimi comunisti dell’Europa orientale iniziano uno dopo l’altro a scomparire.

La Jugoslavia, che da oltre quarant’anni segue una propria strada socialista, non è direttamente coinvolta nel crollo del blocco sovietico, ma viene inevitabilmente travolta dal nuovo clima politico: il comunismo perde prestigio e i partiti nazionali acquistano sempre più spazio.
Nel 1990 vengono organizzate elezioni multipartitiche nelle diverse repubbliche: in Slovenia vince una coalizione di opposizione favorevole a una maggiore autonomia, mentre in Croazia arriva al potere l’Unione Democratica Croata di Franjo Tuđman, fortemente nazionalista. In Serbia, invece, Milošević mantiene il controllo politico trasformando la vecchia Lega dei Comunisti serba nel Partito Socialista di Serbia. La differenza tra le repubbliche diventa quindi sempre più evidente: non esiste più una visione comune del futuro della Jugoslavia.

Il colpo più grave arriva nel gennaio del 1990, quando il XIV Congresso della Lega dei Comunisti di Jugoslavia si trasforma in uno scontro aperto tra le diverse delegazioni. Sloveni e serbi hanno infatti ormai idee inconciliabili sul funzionamento dello Stato e sul futuro del partito. La delegazione slovena abbandona il congresso, seguita successivamente da quella croata, e il partito che aveva governato la Jugoslavia dalla fine della Seconda Guerra Mondiale si dissolve di fatto. È un momento fondamentale: venuto meno il principale strumento politico comune, la federazione rimane priva di un vero centro di gravità. Nel frattempo cresce anche la tensione tra Serbia e Slovenia: gli sloveni vogliono trasformare la Jugoslavia in una confederazione nella quale le repubbliche possano avere una sovranità molto maggiore; Milošević, invece, considera indispensabile mantenere uno Stato federale forte.
La Croazia si trova in una situazione ancora più complicata perché all’interno dei suoi confini vive una consistente popolazione serba, concentrata soprattutto nelle regioni della Krajina. L’elezione di Tuđman e la crescita del nazionalismo croato alimentano le paure di questa minoranza, che teme di perdere i propri diritti all’interno di una Croazia indipendente.

Nel corso del 1990 la situazione precipita. Le autorità croate e slovene iniziano a prepararsi per una possibile separazione, mentre l’esercito popolare jugoslavo, formalmente al servizio della federazione ma ormai sempre più vicino alle posizioni serbe, assume un ruolo politico crescente. Nel giugno del 1991 Slovenia e Croazia dichiarano contemporaneamente la propria indipendenza: la Slovenia viene immediatamente attaccata dall’esercito jugoslavo, ma il conflitto dura soltanto dieci giorni. La situazione è completamente diversa in Croazia, dove la presenza di una numerosa popolazione serba trasforma la questione dell’indipendenza in una vera guerra.

Dopo quasi mezzo secolo, la Jugoslavia socialista è ormai arrivata al punto di non ritorno; il paese che Tito aveva costruito per impedire che i nazionalismi tornassero a distruggere i Balcani sta per essere travolto proprio da quelle stesse forze. Ma la guerra appena iniziata in Slovenia e Croazia è soltanto l’inizio della tragedia: nei mesi successivi sarà la Bosnia-Erzegovina a diventare il principale campo di battaglia della dissoluzione jugoslava.