La penisola coreana viene occupata per 35 anni dal Giappone: un periodo di dolore per il popolo coreano, mai disposto a piegarsi del tutto.

Negli ultimi decenni, Corea del Sud e Giappone hanno saputo conquistarsi schiere sempre più grandi di ammiratori e amanti della propria cultura e tradizione. Dal cibo ai manga, passando per una cultura pop travolgente e affascinante, l’Occidente in primis si è lasciato sedurre tanto da trasformare quest’area geografica in una delle mete più ambite da milioni di suoi viaggiatori. Quando pensiamo alla Corea del Sud è difficile non fare un piccolo pensiero anche al vicino Giappone, e lo stesso vale per il contrario, arrivando quasi a confondere e mischiare le due realtà e trasformarle nel nostro immaginario in un unico grande paese.
Niente di più sbagliato. I due paesi, tanto vicini, hanno condiviso specie nell’ultimo secolo e mezzo una storia fatta di vittime e carnefici, di occupazione e rivincita. L’occupazione giapponese della Corea, dal 1910 al 1945, rappresenta un periodo cruciale e doloroso della storia coreana. Durante questi 35 anni, il Giappone consolida il suo controllo attraverso un regime autoritario, influenzando profondamente ogni aspetto della società coreana.
Alla fine del diciannovesimo secolo, in seguito al successo delle sue guerre contro la Cina (1894-1895) e la Russia (1904-1905), il Giappone emerge come una potenza regionale. La Corea, situata in una posizione geopolitica strategica, diventa un obiettivo fondamentale e quasi ovvio per l’espansionismo giapponese. Una popolazione giapponese forte aumento, ed una società in pieno boom economico ed industriale sente il bisogno vitale di espandersi geograficamente, sentendo forse fin troppo stretto l’arcipelago nipponico.
Dopo decenni di ingerenze diplomatiche, con il Trattato di Eulsa del 1905 la Corea viene trasformata in un protettorato giapponese, e appena cinque anni dopo, con il Trattato di Annessione Giapponese-Coreano del 1910, il Giappone dichiara ufficialmente la Corea parte integrante del suo impero. Questo trattato è imposto con la forza, privando la Corea della sua sovranità.
Il governo coloniale giapponese in Corea è caratterizzato da un sistema amministrativo altamente centralizzato: il Governatorato Generale, con sede a Seoul, esercita un controllo diretto su tutti gli aspetti della vita politica, economica e sociale. I governatori generali, tutti giapponesi, sono spesso ex ufficiali militari che implementano politiche di repressione e controllo; una delle prime misure adottate è infatti la soppressione della lingua e della cultura coreana. Le scuole sono obbligate a insegnare in giapponese, e l’uso del coreano viene progressivamente limitato. La stampa in lingua coreana è severamente censurata, e molte istituzioni culturali, anche se non vengono direttamente chiuse, subiscono quantomeno trasformazioni radicali e incentrate sulla promozione costante dei valori e della cultura nipponica.
Con l’occupazione giapponese prende vita un vasto programma di modernizzazione economica, che include la costruzione di infrastrutture come ferrovie, strade, porti e centrali elettriche. L’industria mineraria e manifatturiera si sviluppa, e l’agricoltura subisce profonde trasformazioni. Tuttavia, questi cambiamenti sono progettati principalmente per servire gli interessi del Giappone piuttosto che quelli della popolazione coreana, che soffre l’occupazione e la disparità con la quale viene trattata dagli occupanti. Una delle categorie che più subisce l’arrivo dei giapponesi è quella degli agricoltori coreani, particolarmente colpiti dalle politiche giapponesi. Molti perdono le loro terre a causa delle riforme agrarie e sono costretti a diventare mezzadri o braccianti. Una larga parte della produzione agricola è destinata all’esportazione verso il Giappone, lasciando la popolazione locale in uno stato di carenza alimentare costante.
La radicalizzazione sempre più percettibile di una società che da lì a poco dichiarerà guerra a mezza Asia si riflette anche nella durezza dell’oppressione nella penisola coreana. A partire dagli anni ’30, infatti, il governo giapponese intensifica gli sforzi per eliminare del tutto l’identità coreana. I coreani sono così obbligati a cambiare i loro nomi in nomi giapponesi, una pratica nota come “Sōshi-kaimei”, e l’insegnamento della storia e della cultura coreana è completamente bandito dalle scuole. Le pratiche religiose tradizionali sono represse, e il buddismo, controllato dal governo, viene utilizzato come strumento di propaganda. Al contrario, il cristianesimo, spesso associato al nazionalismo coreano, è severamente perseguitato.
Il popolo coreano non rimane certamente passivo di fronte a un tale pericolo, e la resistenza al dominio giapponese è infatti costante durante tutto il periodo dell’occupazione. Uno degli episodi più significativi è rappresentato dal Movimento del 1° marzo 1919, quando milioni di coreani scendono in piazza per chiedere l’indipendenza, inebriati dai discorsi dei vincitori della Prima Guerra Mondiale (tra i quali sono presenti anche i giapponesi) sull’autodeterminazione dei popoli. Le manifestazioni pacifiche sono accolte con una violenta repressione da parte delle autorità giapponesi: migliaia di coreani sono uccisi, feriti o arrestati.
Il Movimento del 1° marzo ispira la formazione di organizzazioni indipendentiste sia all’interno che all’esterno della Corea. Il Governo Provvisorio della Repubblica di Corea, istituito a Shanghai, diventa un simbolo della lotta per l’indipendenza e gruppi di guerriglieri operano lungo i confini con la Cina e la Manciuria, conducendo operazioni militari contro le forze giapponesi.

Con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, il Giappone aumenta il controllo sulla Corea per sostenere il suo sforzo bellico. Centinaia di migliaia di coreani sono arruolati forzatamente nell’esercito giapponese o costretti a lavorare nelle fabbriche militari nelle quali le condizioni di lavoro sono spesso brutali, e molti muoiono a causa di malattie, fame e incidenti. Un capitolo particolarmente oscuro di questo periodo riguarda le “comfort women”, donne coreane costrette a servire come schiave sessuali per i soldati giapponesi. La brutalità dei giapponesi, specie negli anni del conflitto mondiale, gli ultimi di una feroce occupazione, ha rappresentato a lungo una frattura difficile da ricucire nei rapporti diplomatici tra i due paesi e che per alcuni aspetti persiste anche oggi. Le conseguenze dell’occupazione giapponese sono ancora visibili oggi e molte delle infrastrutture costruite durante quel periodo continuano a essere utilizzate, ma il trauma della colonizzazione lascia cicatrici profonde nella memoria collettiva del popolo coreano. Le dispute politiche e storiche, come detto prima, continuano a influenzare i rapporti tra Corea e Giappone.
La resa del Giappone nel 1945 segna la fine dell’occupazione, ma non porta immediatamente la pace alla Corea. La penisola viene divisa lungo il 38° parallelo, con il Nord sotto l’influenza sovietica e il Sud sotto quella statunitense. Questa divisione porterà alla nascita di due stati separati e alla successiva guerra di Corea (1950-1953).









