L’Italia in Africa: la campagna di Libia

L’Italia sbarca sulle coste della Libia, di fatto dichiarando guerra all’ormai decadente Impero Ottomano.

 

 

La spartizione dell’Africa tra le maggiori potenze europee della fine del XIX° secolo ha portato da una parte tanti diretti benefici agli Stati europei direttamente coinvolti in questa penetrazione coloniale, dall’altra è stata spesso causa di attrito e di lunghe diatribe diplomatiche (se non di veri e propri scontri) tra i vicini del Vecchio Continente. Il Nord Africa nel primo decennio del ‘900 risulta spartito tra l’Egitto britannico a est, la Cirenaica e Tripolitania (attuale Libia) appartenente agli Ottomani e il Maghreb entrato nella sfera d’influenza francese. Il punto debole, per così dire, di questa impostazione geopolitica è rappresentato dai territori ottomani, non collegati a Istanbul via terra e direttamente minacciati dall’ingombrante peso delle forze europee. A puntare l’occhio sull’attuale Libia è naturalmente l’Italia, in quanto nazione più vicina e alla ricerca di ritagliarsi un posto d’onore tra i grandi paesi colonialisti. I primi piani per una vera e propria occupazione risalgono infatti agli anni ’80 del secolo precedente, seppur mai concretizzati.

La creazione del Protettorato francese del Marocco e l’opposizione della Germania all’espansione degli scomodi vicini risvegliano con urgenza gli interessi italiani nella regione libica, temendo che la porzione ottomana venisse assegnata ai tedeschi come controparte all’espansione francese. Anche la stampa nazionale si attiva con gli inizi del 1911, martellando la società civile con numerosi articoli sulla questione libica e sull’importanza di una campagna italiana con la conseguente conquista di territorio nordafricano.

Entro Settembre dello stesso anno, la situazione diplomatica tra l’Impero Ottomano e l’Italia peggiora a tal punto che lo scontro si prospetta inevitabile. Istanbul pur di evitare una guerra che non può permettersi è disposta a cedere il controllo territoriale de facto all’Italia mantenendo però almeno formalmente la sovranità come successo per l’Egitto controllato dai britannici. Giolitti, insieme alla nutrita folla di sostenitori dell’impresa Libica a 50 anni dalla nascita dell’Italia, hanno in mente però una conquista militare. Sulla carta la campagna libica si prospetta quasi una passeggiata: la guarnigione ottomana è esigua, non più di qualche migliaio di uomini totali. E’ inoltre convinzione generale degli ambienti politici e militari italiani che le popolazioni locali non vedano di buon occhio la dominazione ottomana, che specialmente negli ultimi decenni ha richiesto onerosi tributi economici e molti giovani per il proprio esercito.

Il conflitto si apre ufficialmente il 29 Settembre 1911, con la dichiarazione di guerra italiana. Il corpo d’armata preparato per la spedizione in Libia è ai comandi di Caneva ma le difficoltà logistiche insieme a una poca preparazione delle nuove leve assegnate alle divisioni destinate alla campagna fanno in modo che l’esercito di terra arrivi con molto ritardo sulla marina italiana che bombarda Tripoli già dal 3 Ottobre. L’occupazione stessa della città più importante di tutta l’area infatti avviene grazie ai 1500 marinai sbarcati dalle navi e non dal corpo d’armata di Caneva.

 

 

La tensione internazionale sale alle stelle. Gli ottomani, colti di sorpresa e senza un vero e proprio esercito da contrapporre agli italiani, sanno di essere in seria difficoltà nella regione e si preparano a resistere facendo appoggio anche sulla combattività delle popolazioni locali che in parte rispondono alla chiamata. Derna, Homs e Bengasi, tutte città della costa cirenaica, cadono nel mese di Ottobre grazie al fondamentale appoggio della potenza di fuoco della Marina, assicurando agli Italiani un primo e saldo controllo di parte della costa mediterranea libica. Le truppe di Caneva decidono di fortificare le posizioni conquistate e di non addentrarsi nell’entroterra, almeno per il momento. La classe politica non è però contenta: a Roma si aspettavano una campagna breve, brevissima, e priva di resistenza, mentre i fatti mettono in luce che seppur evitando scontri decisivi, gli ottomani sono decisi a dare battaglia per la regione. Tra il 23 e il 26 Ottobre 1911, con grande sorpresa dei reparti militari italiani, gli ottomani assaltano le linee difensive nel settore di Tripoli, riuscendo persino a penetrare le difese e causare numerosissime perdite all’11° Reggimento Bersaglieri, presso l’Oasi di Shar al-Shat. La situazione viene ripristinata da rinforzi arrivati con urgenza dalle navi e dai marinai sbarcati e lanciati in aiuto dei compagni in grave difficoltà.

A partire da questo momento, l’intervento militare italiano in Libia si fa più massiccio, impiegando anche truppe coloniali eritree in previsione di una penetrazione dalle coste verso l’interno. La presa dei centri abitati, difesi sia dalle truppe regolari ottomane sia dai libici armati, rappresentano continui sforzi e significano incessanti contrattacchi e azioni di guerriglia su larga scala. A pesare sulle sorti della campagna è sicuramente la superiorità tecnologica italiana e la presenza di una marina in grado di assicurare trasporti e rifornimenti nel Mediterraneo, cosa che gli Ottomani non riescono a realizzare se non in minima parte.

Per tutto l’inverno tra il 1911 e il 1912 le truppe italiane procedono con la conquista dei principali centri libici, con Caneva e Giolitti che a Febbraio si incontrano per decidere la strategia da adottare in questa guerra prolungatasi fin troppo. Viene presa la decisione di coinvolgere il più possibile la potenza navale italiana per indurre gli Ottomani a cercare un armistizio e riconoscere il passaggio di sovranità della regione interessata. A questo proposito, le navi italiane avviano una serie di incursioni nel Mediterraneo orientale, affondando diversi mezzi della già carente controparte nemica e arrivando persino a bombardare Beirut. Gli Ottomani non si piegano, mentre la pressione internazionale spinge per una risoluzione quanto più rapida del conflitto. A preoccupare molte nazioni era infatti la crescente instabilità dei Balcani, che percependo la debolezza ottomana e la scarsa risposta militare nel conflitto libico, iniziavano a ribollire di sentimenti nazional-indipendentisti; sentimenti che in effetti in poco tempo portano alle guerre balcaniche, con le conseguenze che tutta l’Europa conoscerà pochi anni dopo.

Il colpo di grazia arriva nell’estate 1912, quando navi italiane penetrate nell’Egeo orientale, sempre più coraggiose nelle loro incursioni, attaccano e occupano una serie di isole, tra le quali quella di Rodi, vicino alla costa turca. La sorprendente azione italiana coronata da un fulmineo successo sposta irrimediabilmente l’ago della bilancia e i diplomatici italiani ne approfittano per costringere Istanbul a interrompere il conflitto e siglare una pace con gli italiani il 18 Ottobre 1912. Gli ottomani riconoscono la perdita della Libia in cambio del ritorno del Dodecaneso sotto il proprio dominio. Lo scoppio del conflitto nei Balcani tuttavia permette all’Italia di continuare ad amministrare le isole, essendo gli ottomani privi di uomini e mezzi per rioccuparle ed eventualmente difenderle dai nuovi nemici.

 

 

L’Italia ha speso cifre esorbitanti per la campagna libica, più di ogni previsione formulata da politici e militari, indebolendone sostanzialmente le capacità economiche; cosa che peserà negli anni della Grande Guerra. Inoltre la Libia nel 1912 appare tutt’altro che domata, mentre le guarnigioni presenti dovranno periodicamente far fronte a rivolte e azioni di guerriglia. L’Impero Ottomano d’altra parte vedrà gli ultimi anni della sua esistenza impegnato a combattere la sua ultima guerra, al fianco della Germania e dell’altro Impero che ne seguirà le sorti.

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