Ombre sul Chaco: la guerra delle illusioni

Centomila morti per un deserto: la guerra del Chaco fu la tragedia di due nazioni in cerca di riscatto e risorse.

 

 

La guerra del Chaco può essere tranquillamente definito come uno dei conflitti più sanguinosi e senza senso del Novecento sudamericano. La guerra, combattuta tra Bolivia e Paraguay dal 1932 al 1935, scoppiò per ottenere il controllo di una vasta regione semidesertica, il Chaco Boreal, al confine tra i due paesi, ritenuta (erroneamente e su speculazione internazionale) ricca di giacimenti petroliferi. Due nazioni senza sbocco sul mare e con gravi complessi di inferiorità geopolitica affrontano una guerra di posizione e logoramento in un territorio ostile, infestato da malattie, serpenti e condizioni ambientali estreme, dove la mancanza d’acqua miete più vittime delle armi da fuoco.

Il contesto politico ed economico di entrambi gli Stati, all’alba dello scontro per questa remota regione, è già segnato da instabilità, nazionalismi, vecchie ferite del colonialismo e dalla crescente influenza di potenze estere e compagnie petrolifere: la Bolivia, reduce dalla perdita della costa nell’Ottocento dopo la guerra con il Cile (la Guerra del Salnitro), cerca uno sbocco fluviale – quello del grande fiume Paraguay –  che possa darle una prospettiva economica e strategica; il Paraguay, ancora segnato dalla devastazione della Guerra della Triplice Alleanza, difende le poche risorse rimaste e il prestigio nazionale.

I decenni che precedono il conflitto sono caratterizzati dalla costruzione di timide fortezze, o fortini, da un lato e dall’altro del confine. Già nel 1928 le scaramucce e le provocazioni fra pattuglie rivali nei fortini del Chaco innalzano il livello della tensione, spinti dai rispettivi governi e da una stampa aggressiva che fomenta il panico patriottico e il mito del petrolio come ricchezza indispensabile per uscire dalla crisi. Nel Dicembre dello stesso anno, forze armate del Paraguay assaltano Fortin Vanguardia, nel nord della regione. In risposta a questo, la Bolivia occupa Fortin Boqueron. Il piccolo Paraguay, con una popolazione sotto al milione di abitanti contro i quasi tre milioni della controparte boliviana, prende la via del riarmo in vista del potenziale conflitto. La Bolivia, per conto suo, può vantare già una forza armata degna di nota, con molte più risorse sia di uomini che mezzi militari e un addestramento garantito da veterani dell’esercito tedesco della Prima Guerra Mondiale. 

 

 

Si arriva così al 15 giugno 1932, quando un contingente di 1400 soldati boliviani della quarta divisione, dopo una disastrosa marcia nel deserto, assaltano e conquistano un avamposto paraguayano, segnando l’inizio del massacro. Non si torna indietro: nei primi mesi i boliviani avanzano, forti di un esercito più numeroso e meglio equipaggiato, appoggiato anche da aviazione militare e carri armati, mentre il Paraguay adotta una tattica di ritirata strategica e logoramento, sfruttando la conoscenza del territorio e l’abilità nel nascondere le linee di rifornimento. La guerra diventa subito un incubo logistico: le colonne si addentrano in zone disabitate, dove il caldo soffocante, la mancanza di acqua potabile e le malattie mietono migliaia di vittime, specie tra i contadini e gli indigeni boliviani reclutati a forza e sradicati dagli altipiani andini. La supremazia tecnologica boliviana si scontra con la determinazione e l’organizzazione paraguayana, guidata dal generale José Félix Estigarribia, che nel settembre 1932 riconquista il forte di Boquerón, costringendo 1200 boliviani alla resa. Da quel momento la guerra si trasforma in una lotta di logoramento reciproco, aggravata dall’incompetenza dei comandi, da scelte tattiche suicide e dalla pressione dei media nazionalisti che esigono vittorie e sacrifici.
Le offensive boliviane, lanciate dal comandante tedesco Hans Kundt, si infrangono nelle battaglie di Saavedra e Campo Vía, dove il combattimento corpo a corpo assume toni da tragedia antica, con centinaia di morti per assalto diretto, febbre, dissenteria e morso di animale.

A livello socio-politico, la guerra mette a nudo la fragilità strutturale della Bolivia, dove l’élite creola costringe gli indigeni alla leva in massa, generando risentimenti e diserzioni; il Paraguay, al contrario, capitalizza un nazionalismo diffuso che galvanizza l’orgoglio di una piccola nazione in lotta. Entrambi i paesi coinvolti comunque pagano un prezzo altissimo: la Bolivia conta fra i 56.000 e i 65.000 morti, circa il 2% della popolazione, il Paraguay ne perde 36.000, il 3%. La perdita di forza lavoro causa una crisi economica spaventosa: minatori e agricoltori sono richiamati in massa al fronte e l’inflazione, la disorganizzazione e la corruzione indeboliscono ulteriormente l’apparato statale, portando alla caduta del presidente boliviano Salamanca dopo una congiura militare nel 1934.

La pressione internazionale, mediata soprattutto dall’Argentina, contribuisce ad avviare colloqui che si rivelano ostinatamente infruttuosi fino al giugno del 1935, quando un trattato di cessate il fuoco sancisce la fine delle ostilità. Il bilancio materiale è impressionante: il Paraguay annette i tre quarti del Chaco conteso, circa 52.000 chilometri quadrati, mentre la Bolivia ottiene diritti di navigazione sul fiume Paraguay, una concessione più simbolica che pratica. Inoltre, migliaia di civili e soldati boliviani restano prigionieri o scelgono di non tornare in patria, smarriti e vessati dalle privazioni.

Dal punto di vista geopolitico, la guerra del Chaco dimostra l’impotenza delle organizzazioni internazionali come la Società delle Nazioni (nata nel 1919), incapaci di prevenire o mitigare la crisi nonostante numerose missioni di mediazione. La memoria del conflitto segna ancora la regione, dove l’inutilità del massacro è testimoniata ancora oggi da cimiteri di ossa bianche e dal ricordo dei pozzi secchi che divennero teatro della trasformazione da una guerra eroica e nazionale a una guerra della sete. L’origine stessa del confronto si rivelerà poi tragicamente effimera: le prospettive petrolifere si dimostreranno assai inferiori alle attese, e la vera ricchezza del Chaco resterà per anni inaccessibile e marginale, un triste epitaffio per decine di migliaia di giovani mandati a morire nel nome di un sogno economico e politico destinato a tramutarsi in crisi e miseria. Ne risente  profondamente anche il tessuto sociale, con una generazione scomparsa e lutti familiari in ogni villaggio, così come il panorama politico, stravolto da crisi di governo e da una diffusa sfiducia nell’autorità statale.

Quello che rimane è un dramma umano che svela il volto oscuro della geopolitica sudamericana, del quale questo conflitto del Chaco non è che uno dei primi esempi. Ne seguiranno molti altri, tristi e difficili, per tutto il Novecento.

Per condividere questo articolo: