Covid: i controlli negli aeroporti italiani e la spaccatura dell’UE

Diversi paesi hanno introdotto l’obbligo di un test negativo per i passeggeri provenienti dalla Cina; una mossa che potrebbe risultare inutile senza la coesione internazionale.

 

 

Da circa una settimana in tutti gli scali aeroportuali italiani i passeggeri provenienti dalla Cina devono sottoporsi ad un test antigienico per entrare in Italia, vista la recrudescenza dei casi Covid in Cina e la comparsa di nuove varianti più complesse e geneticamente più resistenti.

Il Governo italiano, dato anche il periodo di feste, ed il conseguente enorme flusso di spostamenti che ha investito il Paese, ha preferito porre sin da subito un argine alla possibile nuova deriva dei casi Covid provenienti dalla Cina; un atto probabilmente dovuto vista la recente situazione che tutti noi abbiamo subito, sia dal punto di vista sanitario che dal punto di vista economico.

 

 

L’obbligo del tampone è stato fortemente criticato da Pechino, che ha percepito questa azione del governo italiano come un tentativo di screditare il Paese del Dragone e le sue ferree, ma a quanto pare inutili, regole sanitarie di contenimento del virus; regole che nell’ottica cinese avrebbero dovuto portare ad una situazione covid free, ma che invece hanno suscitato solo indignazione e proteste anche nel diligente popolo cinese.

La manovra del governo italiano è probabilmente finalizzata alla protezione della normalità che il Paese e riuscito faticosamente a riottenere, una normalità sicuramente traballante visto il complesso periodo storico, ma preziosa per il senso di quotidiana libertà che riesce comunque a infondere dopo questi due anni; nell’intenzione del Governo italiano dunque è difficilmente ipotizzabile che ci sia uno scopo nascosto finalizzato alla denigrazione della Cina, che ricordiamo essere un partner più che fondamentale per l’Italia, a prescindere dal governo in carica.

 

 

Ciò che maggiormente desta perplessità in questa vicenda però non è il comportamento delle due parti fin qui nominate, ma quello dell’UE che attualmente non sembrerebbe interessata ad estendere questo vincolo a tutti i paesi comunitari; un comportamento ai limiti del paradossale vista l’esperienza che ormai abbiamo accumulato in termini di epidemiologia e le norme di circolazione comunitarie.

Nella pratica un turista cinese inconsciamente positivo potrebbe atterrare tranquillamente a Vienna senza il minimo controlli sanitario, per poi recarsi in Italia magari attraverso un treno o attraverso un altro volo che, proveniendo da Vienna e non dalla Cina, non sarebbe soggetto a controlli; se questa situazione la moltiplicassimo per la totalità dei turisti cinesi che ogni giorno transitano in UE il risultato ci porterebbe inevitabilmente a rivivere gli spettri del Marzo 2020.

 

 

Il senso dell’Unione Europea dovrebbe essere quello di una grande struttura sovranazionale coesa e unita negli intenti con lo scopo di proteggere e migliorare la qualità dei propri cittadini attraverso gli strumenti amministrativi e politici comuni a tutti gli Stati membri; questo tuttavia non sembra esserci stato in questa situazione. Al contrario, l’Unione ha mostrato una profonda crepa nella sua struttura ontologica, in continua tensione fra un federalismo apparente e un insieme di potenti autonomie ognuna interessata al proprio bene.

Se proprio deve esserci un organismo sovranazionale dev’essere in grado di addossarsi le proprie responsabilità, soprattutto in termini socio sanitari, anche se a cedere dovessero essere parti delle autonomie nazionali degli stati membri; ambire ad una federazione senza avere gli strumenti effettivi per esserlo è una velleità che l’Europa non dovrebbe permettersi, visto ciò che rappresenta politicamente.

 

 

Covid o meno questa situazione è l’ennesimo tassello di un mosaico comunitario che salta, lasciando un nuovo piccolo ma antiestetico spazio bianco all’interno di un progetto politico che, almeno sulla carte, sembra essere ancora profondamente bello e armonico.

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