Sanità: quando la consulenza privata si sostituisce alla Pubblica Amministrazione

Da più di dieci anni lo Stato italiano si affida alla consulenza per la gestione e la riorganizzazione della Pubblica Amministrazione; ma a quale prezzo?

 

 

Il ricorso da parte dello Stato italiano ad attività di supporto esterne di natura consulenziale alla Pubblica Amministrazione nasce con l’obiettivo di valutarne esigenze, costi e malfunzionamenti e di segnalarne eventuali criticità suggerendo i dovuti provvedimenti. Sebbene si configuri come un affiancamento di carattere straordinario finalizzato a rendere autonome le Pubbliche Amministrazioni, queste ultime finiscono per essere sempre più dipendenti dalle grandi multinazionali.

La conseguenza? In alcuni casi, la consulenza finisce per muovere le fila delle Istituzioni, talvolta sostituendosi alle stesse. E quanto di questa scelta ricade sul bilancio pubblico? Prendendo ad esempio il settore sanitario, a partire dal 2005, con la Finanziaria 311/2004, sorge l’obbligo per le Regioni di certificazione dei propri bilanci da parte di un advisor. Il Ministero dell’economia e delle finanze affida la riorganizzazione della spesa sanitaria alla società KPMG, di concerto con altre due grandi società di consulenza, Ernst &Young e Price Waterhouse Coopers (PwC), per un totale di 85,4 milioni di euro di costi consulenziali in uscita dalle casse dello Stato. A gennaio 2021, la Corte dei conti invita le Regioni a ricorrere all’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (Agenas) per la gestione dei bilanci sanitari pubblici, cui segue di tutta risposta un nuovo affidamento, nel novembre 2022, a KPMG, per altri 8,17 milioni euro per Lazio, Campania, Calabria e Sicilia, e a PwC per 3,16 milioni di euro per Abruzzo e Molise. Il debito delle regioni diminuisce nel Lazio e in Campania a fronte però di aiuti maggiori ricevuti dallo Stato mentre, nel 2020, Abruzzo, Molise e Calabria non sono riuscite neanche a pareggiare i propri conti. Parallelamente, i servizi sanitari e il numero dei medici a disposizione hanno subito dei tagli, mentre Molise, Campania, Calabria e Sicilia non raggiungono i livelli essenziali di assistenza.

Il PNRR e la spinta alla transizione digitale della PA hanno dato nuova linfa a questo fenomeno, con lo stanziamento di 2,1 miliardi per la digitalizzazione del Nuovo Sistema Informativo Sanitario locale, lo sviluppo del fascicolo sanitario nazionale e lo sviluppo di competenze digitali del personale. La digitalizzazione, infatti, implica non solo nuovi software e tecnologie ma anche un ripensamento delle modalità di lavoro. Nel 2021, lo Stato indice una nuova gara del valore pari a 185 milioni di euro aggiudicata da KPMG, McKinsey e Ernst & Young per la fornitura di esperti che si occuperanno di istruire il personale sanitario all’utilizzo delle nuove tecnologie per la gestione ed il monitoraggio delle Asl di propria competenza, oltre a definire le esigenze e le modalità di gestione dei progetti atti ad efficientare le strutture sanitarie. Trasporre in digitale i database regionali e la reportistica implica studi di fattibilità, definizione di standard, obiettivi, nuovi modelli organizzativi delle strutture e delle cure che erogano, nonché del fabbisogno di medici e infermieri, e l’identificazione dei criteri di individuazione dei massimali di spesa. In sostanza, viene lasciato ai consulenti il potere di stabilire la politica sanitaria nazionale.

 

 

In aggiunta, le gare considerate prevedono la possibilità, da parte dei consulenti, di subappaltare alcune attività per consentire a queste società, nate come società di revisione contabile, di reperire sul mercato competenze che non possiedono. Tradotto, le Regioni pagano una società che poi ne ingaggia un’altra con competenze specifiche di settore. In sostanza vengono incaricati soggetti privati di svolgere servizi di supporto al lavoro pubblico consentendo loro di entrare nel cuore del sistema sanitario nazionale e mettendo loro a disposizione conoscenze e database sensibili.

Ma oltre all’aspetto economico c’è un altra domanda da porsi: la Pubblica Amministrazione si sta svuotando al suo interno di competenze o si tratta di una scelta ponderata volta a scaricare il Ministero, in primis, e i suoi direttori, dirigenti e funzionari poi, di responsabilità decisionale? Considerato il rinnovo costante degli incarichi consulenziali, quanto queste attività possono classificarsi come supporto temporaneo e quanto invece hanno innescato una sorta di dipendenza della PA dalle società di consulenza? Eppure, proprio come ricordato dalla Corte dei Conti, le Regioni hanno società di riferimento a cui, forse, sarebbe più saggio ricorrere in ottica di sviluppo di competenze interne. Si tratta di un meccanismo formalmente votato allo sviluppo della PA che, paradossalmente, potrebbe minarne proprio il progresso. Il rischio, infatti, è che il ricorso ad un supporto esterno, se non adeguatamente perimetrato, potrebbe desensibilizzare e deresponsabilizzare il settore pubblico mettendo in discussione le capacità delle proprie strutture interne. Andrebbe ricordato che il processo di creazione di valore passa necessariamente attraverso l’investimento nell’implementazione delle competenze dell’amministrazione stessa, di cui le società di consulenza dovrebbero costituire un sostegno temporaneo e non un riferimento costante.

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